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Home » Spettacolo » La storia vera dietro ‘Io Capitano’: dal lager libico a Hollywood, il viaggio impossibile di Mamadou Kovassi

La storia vera dietro ‘Io Capitano’: dal lager libico a Hollywood, il viaggio impossibile di Mamadou Kovassi

Mamadou Kovassi è l'uomo dietro "Io Capitano", il film di Matteo Garrone che rivela l'orrore del suo viaggio dall'Africa all'Europa.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino30 Settembre 2025
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Io capitano
Una scena di Io capitano (fonte 01 Distribution)

La storia di Mamadou Kovassi, un uomo di 40 anni originario della Costa d’Avorio, è il cuore pulsante  di “Io Capitano”, il film di Matteo Garrone candidato all’Oscar come Miglior Film Internazionale nel 2024. Kovassi, oggi mediatore culturale a Caserta, ha intrapreso un viaggio che lo ha portato dal deserto africano ai riflettori di Hollywood, ma la sua testimonianza rivela dettagli di un’odissea ben più cruda di quanto la pellicola abbia potuto rappresentare.

Il viaggio di Mamadou ebbe inizio nel 2005, spinto dalla necessità impellente di cercare un futuro in Europa. “Quando hai necessità di partire, nessuno ti può fermare“, afferma Mamadou, riassumendo la determinazione di migliaia di persone. La sua rotta, durata tre anni, lo ha visto attraversare a piedi il deserto, sopravvivere all’indicibile orrore di un lager libico e affrontare la disperazione su un barcone, prima di raggiungere finalmente Lampedusa. Questa esperienza, fatta di sofferenze e torture, è diventata la base per il racconto straziante di Garrone.

 

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Un post condiviso da Mamadou Kovassi Pli . A. officiel (@mamadou.kouassipliadama)

L’incontro tra Mamadou e Matteo Garrone avvenne nel 2020, grazie a una giornalista che mise in contatto i due. Garrone, intenzionato a scrivere una storia sull’immigrazione, invitò Mamadou a Roma per raccontargli in prima persona il suo vissuto. Da questa collaborazione è nato “Io Capitano”, un film che per Mamadou è capace di mostrare senza sconti le tappe estenuanti del viaggio di due ragazzi dal Senegal verso il sogno europeo. La pellicola ha anche ottenuto il Leone d’Argento per la regia alla Mostra di Venezia, ma per Mamadou, la vera vittoria è stata la sua accoglienza nelle scuole italiane, dove partecipa a incontri per condividere la sua storia.

Ripercorrere il proprio passato e rivederlo sullo schermo è stato un processo doloroso per Kovassi. Ha confessato di aver provato rabbia nel rivivere le scene di torture e violenze, sottolineando come il film racconti non solo la sua vicenda, ma anche la tragedia di innumerevoli altre persone che non ce l’hanno fatta. “È importante essere anche la loro voce, rappresentarle. I vivi e i morti. E far sì che tutti sappiano cosa sono costretti a passare“, dichiara con forza.

Il film di Garrone ha avuto il merito di illuminare aspetti del viaggio meno conosciuti, come l’attraversamento del deserto e la prigionia nei lager libici, spesso oscurati dalla narrazione incentrata esclusivamente sugli sbarchi in mare. Tuttavia, Mamadou rivela che alcune parti della sua storia sono state  edulcorate per rendere il film accessibile a un pubblico più ampio. L’obiettivo era far comprendere le atrocità subite prima di arrivare in Europa, ma la realtà di una prigione libica, per esempio, è stata necessariamente attenuata. Prima di partire, Mamadou non avrebbe mai immaginato un’odissea così crudele, un “viaggio di morte” come lo ha definito.

 

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