Questa sera, giovedì 2 aprile, Rai 1 trasmette in prima serata alle 21.30 Qualcosa di lilla, un film che porta sullo schermo una delle malattie più invisibili e letali che colpiscono gli adolescenti italiani: la bulimia nervosa. Diretto da Isabella Leoni e girato a Roma nel 2025, il film non è una semplice fiction ma un progetto con una forte vocazione sociale, nato da dieci anni di attivismo della sceneggiatrice Maruska Albertazzi che ha raccolto centinaia di testimonianze reali.
La pellicola è dedicata a cinque giovani che non ce l’hanno fatta, vittime di un disturbo che uccide senza che spesso se ne conosca la causa. Il film sarà disponibile anche in streaming su RaiPlay, sia in diretta che on demand, con una durata di un’ora e 40 minuti.
Al centro della storia c’è Nicole, interpretata da Federica Pala, una ragazza di quindici anni brillante in matematica ma fragile nelle relazioni. Vive con la madre Veronica, una personal trainer dal fisico perfetto e dallo sguardo sempre giudicante, interpretata da Raffaella Rea, con cui ha un rapporto teso. Il padre Cristiano, ispettore di polizia affettuoso ma molto spesso assente per lavoro, è interpretato da Alessandro Tersigni e rappresenta per Nicole un rifugio emotivo.
I genitori di Nicole sono separati e la ragazza soffre in silenzio per questo divorzio, senza aver ancora trovato il suo equilibrio. La sua vita cambia radicalmente con l’arrivo in classe di Luce, interpretata da Margherita Buoncristiani. Bella, popolare e fuori dagli schemi, è una figura che attira e destabilizza, trascinando Nicole in un mondo fatto di trasgressioni e ricerca continua di emozioni forti.

Quello che Nicole non sa, almeno all’inizio, è che Luce convive con la bulimia da sempre. Nicole scivola nella stessa spirale quasi senza accorgersene, in un percorso che mostra come la fragilità adolescenziale possa aprire la porta a disturbi difficili da riconoscere e intercettare.
Accanto a Nicole c’è Marco, interpretato da Miguel Bonini, un ragazzo di origini filippine cresciuto in una famiglia unita, molto diversa dalla sua. Marco lavora nel ristorante dei genitori, studia e insegna arrampicata. Il suo è un amore speciale, di quelli che provano le persone risolte, e non si tira indietro nemmeno davanti alla difficoltà. Tuttavia, anche il suo affetto non basta a salvare Nicole dalla malattia.
La morte improvvisa di Luce per arresto cardiaco rappresenta il punto di svolta drammatico del film, portando i genitori di Nicole davanti a una verità che non avevano saputo vedere. Da quel momento, la malattia della loro figlia diventa un punto di non ritorno, ma anche l’inizio di una possibile presa di coscienza.
La bulimia, a differenza dell’anoressia, è una malattia silenziosa e proprio per questo più difficile da raccontare e soprattutto da intercettare in tempo. Nell’immaginario collettivo il disturbo alimentare è quello dell’anoressia, del corpo visibilmente a rischio. In realtà, un dato scioccante emerge dalle ricerche: il 94% di chi soffre di un disturbo alimentare non è sottopeso. Binge eating e bulimia vengono diagnosticati in ritardo e curati con risorse insufficienti.
Secondo gli ultimi rilevamenti dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2023 i morti per disturbi alimentari hanno superato quelli per incidenti stradali, un dato che dovrebbe far riflettere sull’urgenza di affrontare questo tema con maggiore attenzione e risorse.
Federica Pala, che interpreta la protagonista Nicole, ha spiegato le ragioni per cui vale la pena vedere questo film:
Voglio invitare le persone a vedere Qualcosa di lilla perché è un film che sensibilizza su un disturbo invisibile, su qualcosa che di solito non si vede e non si racconta. Perché è molto realistico: non si allontana dalle difficoltà reali che incontrano i genitori, gli adolescenti, le persone vicine al malato. Non è solo il punto di vista soggettivo di Nicole, anzi ha molteplici prospettive. E penso che faccia bene a tutte le età: io ho 18 anni e mi sono sentita molto inclusa, ma credo che parli anche ai più grandi.
Qualcosa di lilla, dunque, non è un film che vuole offrire soluzioni semplici, ma squarcia il velo su un tema ancora troppo nascosto. È un racconto necessario sulla fragilità adolescenziale che porta sullo schermo una malattia che non si vede sui corpi e che uccide senza che spesso se ne conosca la causa. La narrazione si sviluppa come un percorso di consapevolezza, in cui il dolore personale diventa occasione di confronto e, lentamente, di apertura verso l’aiuto.
Per le famiglie italiane rappresenta un’occasione preziosa per aprire un dialogo su temi difficili ma fondamentali. Per i giovani, invece, può essere uno specchio in cui riconoscersi o attraverso cui comprendere meglio le difficoltà dei coetanei, un modo per capire e capirsi, e che forse potrebbe aprire una porta troppo spesso rimasta dolorosamente chiusa.



