Il 25 aprile 1926, al Teatro alla Scala di Milano, Arturo Toscanini fermò l’orchestra durante la prima assoluta della Turandot, depose la bacchetta sul leggio e, voltandosi verso il pubblico, pronunciò le parole diventate leggenda: “Qui finisce l’opera, perché a questo punto il maestro è morto“. La sala rimase in silenzio per un istante, poi esplose in un grido unanime: “Viva Puccini!“. Era la fine più inattesa e commovente che un’opera incompiuta potesse ricevere.
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Giacomo Puccini era morto il 29 novembre 1924 in una clinica di Bruxelles, dove era stato ricoverato per un carcinoma alla gola nel tentativo di sottoporsi a una cura sperimentale con il radio. Aveva 65 anni e stringeva tra le mani le ultime 36 pagine della partitura ancora da orchestrare. La Turandot, cominciata concretamente nel 1922 su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, rimaneva priva del suo finale: il duetto conclusivo tra la principessa di gelo e il principe Calaf era abbozzato solo nelle linee essenziali.
Toscanini, che aveva una stima profonda per il compositore lucchese e aveva visitato più volte la sua villa a Torre del Lago per leggere frammenti della partitura, si era impegnato a dirigere la prima fin dall’inizio. Dopo la morte di Puccini, fu proprio lui a incaricare Franco Alfano di completare il terzo atto, a partire dagli appunti lasciati dal maestro. Il lavoro di Alfano fu però tutt’altro che indolore: Ricordi e Toscanini gli imposero tagli sostanziali, circa cento battute, costringendolo a una seconda stesura, quella poi rimasta come versione ufficiale nei teatri di tutto il mondo.
La sera del 25 aprile, però, Toscanini scelse di non eseguire nemmeno questa versione riveduta. L’interruzione avvenne a metà del terzo atto, esattamente due battute dopo il verso “Dormi, oblia, Liù, poesia!“, cioè nell’istante della morte di Liù, ovvero nell’ultimo punto in cui la penna di Puccini aveva lasciato traccia. Non era un gesto improvvisato: era una decisione meditata, un atto di rispetto che trasformava il silenzio in tributo.
Il cast di quella serata era di altissimo livello: sul palco c’erano Rosa Raisa nel ruolo della principessa, Miguel Fleta come Calaf e Maria Zamboni nella parte di Liù. Le scene erano firmate da Galileo Chini, pittore simbolista già noto per le sue visioni orientaleggianti. Il teatro aveva la fisionomia delle grandi occasioni, con giornalisti e critici accorsi da tutta Europa. Secondo le cronache dell’epoca, il primo atto fu accolto con entusiasmo, il secondo con più composta cortesia, ma il terzo, troncato da quel gesto inatteso, rimase impresso nella memoria collettiva come nessun altro momento della storia dell’opera lirica italiana.
Dalle recite successive, il 27 e il 29 aprile, Toscanini diresse l’opera nella sua interezza, compreso il finale di Alfano. Poi passò la bacchetta a Ettore Panizza per le rappresentazioni restanti della stagione. In quegli anni il finale alternativo era ancora un cantiere aperto: il direttore Gino Marinuzzi, in una lettera del 1927 a Casa Ricordi, chiedeva di poter apportare ulteriori varianti, convinto che la versione imposta da Toscanini non rendesse fino in fondo lo spirito pucciniano. La risposta fu negativa e perentoria.
La questione del finale incompiuto non si è chiusa lì. Nel 2001 il compositore Luciano Berio ne realizzò una versione del tutto nuova, basata anch’essa sugli abbozzi originali, commissionata dal Festival de Música de Canarias. Ma il gesto di Toscanini resta insuperabile nella sua essenzialità: un direttore che ferma il tempo per dire che oltre quel punto non si può andare, perché il genio che aveva immaginato tutto questo non c’era più. Un confine tra la musica e il silenzio che nessuna partitura avrebbe potuto scrivere meglio.
