Oggi Taxi Driver compie esattamente 50 anni. Era l’8 febbraio 1976 quando nelle sale americane arrivò quello che sarebbe diventato uno dei film più importanti della storia del cinema. Il capolavoro di Martin Scorsese con un giovane Robert De Niro non solo vinse la Palma d’oro a Cannes e ricevette quattro nomination agli Oscar (inclusa quella per Miglior film), ma trasformò De Niro in un’icona cult e definì per sempre il cinema moderno.
Eppure dietro la storia di Travis Bickle, il tassista insonne che scivola lentamente verso la follia nella New York degli anni ’70, c’è una vicenda reale tanto inquietante quanto dimenticata. Un crimine che scosse l’America e che lo sceneggiatore Paul Schrader trasformò in una riflessione universale sulla solitudine e l’alienazione urbana.
Nel maggio 1972, quattro anni prima dell’uscita del film, un giovane di nome Arthur Bremer tentò di assassinare George Wallace, governatore dell’Alabama e candidato democratico alla Casa Bianca. Wallace sopravvisse, ma rimase paralizzato dalla vita in giù per il resto dei suoi giorni. L’attentato avvenne in un momento già traumatico per gli Stati Uniti, che in quegli anni avevano visto cadere sotto i colpi di pistola John F. Kennedy, Martin Luther King Jr. e Robert Kennedy.
Ma quello che rese Bremer così interessante per Schrader non fu solo il gesto violento. Fu il modo in cui arrivò a compierlo. Proprio come Travis Bickle nel film, Bremer si avvicinò lentamente alla sua vittima, mimetizzandosi tra i sostenitori della campagna elettorale. Il 9 maggio 1972 si presentò come volontario nel quartier generale di Wallace a Silver Spring, nel Maryland. Quattro giorni dopo, a Kalamazoo nel Michigan, rimase seduto in auto per oltre dieci ore davanti a un evento elettorale, aspettando il momento giusto. Quando la polizia lo fermò per un controllo, rispose con calma che voleva solo assicurarsi un buon posto per vedere il candidato.
Il 15 maggio, durante un comizio in un centro commerciale di Laurel, Maryland, Bremer si mescolò tra la folla. Indossava una camicia a righe rosse, bianche e blu con una spilla che recitava “WALLACE IN ’72”. A una collaboratrice della campagna disse semplicemente: “Ciao, ragazze. Come va?”. Poi, alle 15:58, estrasse la pistola e sparò.
Quando la polizia perquisì la casa di Bremer dopo l’arresto, trovò il ritratto perfetto dell’alienazione. C’erano spille della campagna di Wallace, una bandiera confederata, scatole di munizioni e riviste pornografiche. Ma anche opuscoli sulle Pantere Nere, documenti fiscali che attestavano un reddito annuale di appena 1.611 dollari e un libretto dal titolo agghiacciante: “101 cose da fare in prigione”.
Tra i ritagli di giornale conservati con cura, uno parlava della difficoltà di proteggere i politici durante le campagne elettorali. Sui suoi quaderni gli investigatori trovarono frasi come “Paese mio, dolce terra di bigottismo” e annotazioni confuse che parlavano di tv, libri, masturbazione e fantasie sessuali. Parole frammentate che rivelavano un profondo senso di vuoto e isolamento, gli stessi che caratterizzano Travis Bickle.
Il diario personale di Bremer, scoperto dopo l’arresto, rivelò un dettaglio ancora più scioccante. Il suo obiettivo originale non era Wallace, ma il presidente Richard Nixon. Bremer aveva studiato a lungo come avvicinarsi al presidente, ma aveva concluso che la sicurezza attorno a lui fosse troppo stretta. Così ripiegò su Wallace come bersaglio più accessibile.
Condannato inizialmente a 63 anni di carcere (poi ridotti a 53 in appello), Arthur Bremer venne rilasciato nel novembre 2007 dopo 35 anni di detenzione. All’uscita gli furono imposti il braccialetto elettronico, il divieto di avvicinarsi a politici e di lasciare lo stato senza permesso. Da allora è scomparso dalla vita pubblica.
Paul Schrader ha sempre ammesso che, oltre all’esistenzialismo europeo di Sartre e Camus, la storia di Bremer fu la vera ispirazione per la sceneggiatura di Taxi Driver. Schrader stesso stava attraversando un periodo di profonda crisi personale, dormendo in auto e vivendo in uno stato di isolamento che trasferì direttamente nel personaggio.
Martin Scorsese trasformò quelle pagine in un viaggio allucinato attraverso la New York del 1976, sporca e febbrile, filmata con un realismo che oggi è una testimonianza storica di quell’epoca. Robert De Niro si preparò al ruolo lavorando davvero come tassista per dieci giorni, immergendosi nella notte newyorkese. Il risultato fu una performance che non sembra mai recitata, ma vissuta.
A 50 anni dall’uscita, Taxi Driver rimane uno dei film più influenti di sempre. Ha ispirato generazioni di registi, da Quentin Tarantino a David Fincher, da Nicolas Winding Refn a Todd Phillips con il suo Joker. La figura dell’antieroe alienato, la città come spazio psicologico, l’uso della violenza come linguaggio espressivo: tutti elementi nati con Travis Bickle.



