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Home » Web » Dal doc di Herzog agli stadi di calcio: il pinguino ‘nichilista’ esiste davvero (ma non come pensiamo)

Dal doc di Herzog agli stadi di calcio: il pinguino ‘nichilista’ esiste davvero (ma non come pensiamo)

Il pinguino nichilista è diventato un'icona virale: dalle squadre di calcio alla Casa Bianca, ma cosa c'è dietro?
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino30 Gennaio 2026
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pinguino atletico madrid
Il pinguino nichilista tifa (anche) Atletico Madrid (fonte: X @atletienglish)
C’è un pinguino che, in questi giorni, sta conquistando internet. Non fa niente di spettacolare: cammina da solo verso montagne ghiacciate, lontano dal mare, allontanandosi dalla sua colonia. Eppure quella scena del 2007, ripresa dal regista Werner Herzog nel documentario “Incontri alla fine del mondo”, è diventata un simbolo virale. Squadre come Barcellona, Atletico Madrid e Lazio (in questo caso, facendo infuriare i tifosi) hanno trasformato quelle immagini in meme, mentre milioni di utenti le condividono parlando del “pinguino nichilista”, come se l’animale avesse scelto liberamente l’isolamento.

That’s why. pic.twitter.com/nMdNQPFUoQ

— FC Barcelona (@FCBarcelona) January 27, 2026

La storia si è incrociata persino con la politica internazionale. La Casa Bianca ha pubblicato un’immagine creata con l’intelligenza artificiale che ritrae Donald Trump accanto a un pinguino in Groenlandia, territorio che il presidente vorrebbe annettere agli Stati Uniti. Il problema? I pinguini non vivono in Groenlandia ma solo nell’emisfero sud, in particolare in Antartide. L’errore ha scatenato ironie sui social, ma ha confermato quanto il pinguino sia ormai un’icona culturale potente.

Dietro il fenomeno virale c’è una storia scientifica affascinante. Quel comportamento che ci sembra bizzarro rientra nella normale variabilità delle popolazioni animali. Non si tratta di una scelta filosofica né di un gesto consapevole: è l’espressione di meccanismi biologici complessi che, in certe condizioni ambientali, producono traiettorie apparentemente sbagliate.

I pinguini trascorrono la vita muovendosi tra ambienti vastissimi e poveri di riferimenti visivi. Dopo lunghi periodi in mare, devono ritrovare la colonia attraversando distese di ghiaccio, spesso con condizioni meteo difficili. Per orientarsi combinano diversi indizi: la posizione del Sole, i contrasti del paesaggio, la memoria dei percorsi già fatti e probabilmente il campo magnetico terrestre.

Già negli anni Sessanta, esperimenti sui pinguini di Adelia mostravano quanto sia sofisticato questo sistema. Gli animali spostati e rilasciati su superfici piatte di ghiaccio, senza punti di riferimento, iniziavano a muoversi seguendo direzioni precise. Ma queste direzioni non sempre coincidevano con il ritorno alla colonia.

Nessuno di questi meccanismi funziona perfettamente da solo. Quando uno o più segnali vengono meno, cielo coperto, visibilità ridotta, nebbia intensa,  alcuni individui imboccano traiettorie inefficienti o sbagliate. Non perché decidano di perdersi, ma perché il loro sistema di orientamento non riceve informazioni sufficienti.

Gli studi mostrano che i pinguini di Adelia, scelti per le ricerche proprio perché fedeli al territorio e perché si muovono via terra, a volte assumono direzioni costanti che li portano lontano dal mare. In molti casi puntavano verso nord-nord-est rispetto al punto di origine, anche se quella rotta non li riportava a casa. Non è irrazionalità: è un meccanismo biologico efficace in molti contesti ma non infallibile quando le condizioni diventano estreme.

In Antartide, dove luce, cielo e ghiaccio si fondono in un’unica superficie bianca, il disorientamento diventa ancora più probabile. Un pinguino che cammina verso l’interno potrebbe trovarsi in una situazione in cui il mare non è più distinguibile e i contrasti spariscono. Dal nostro punto di vista sembra assurdo, ma per l’animale è semplicemente il risultato di un sistema che opera con dati incompleti.

Il pinguino nichilista, quindi, non è un filosofo dell’assurdo. È un animale dotato di sistemi di orientamento raffinati ma non perfetti, che in condizioni estreme può seguire direzioni biologicamente coerenti ma fatali per la sopravvivenza. La sua storia virale, diventata icona nel mondo del calcio, dei social e persino della Casa Bianca,  ci ricorda quanto facilmente proiettiamo significati umani su comportamenti che hanno spiegazioni scientifiche precise.

Nel documentario di Herzog, il pinguino solitario si allontana dalla colonia e punta verso le montagne, a circa 70 chilometri di distanza. Anche se riportato indietro, riprenderà la stessa direzione. È questa ostinazione a colpire: sembra una scelta, una ribellione silenziosa contro le regole del gruppo. Internet lo ha trasformato in metafora del rifiuto delle convenzioni sociali, del desiderio di andare per la propria strada anche quando non ha senso.

Dai tifosi albanesi che si preparano ai playoff per i Mondiali 2026 contro la Polonia ai social media manager di grandi club europei, tutti hanno abbracciato il pinguino come simbolo di chi va controcorrente. Dicevamo del caso Lazio. La società biancoceleste ha usato il pinguino in un video che invitava i tifosi ad andare allo stadio nel match di campionato di questa sera contro il Genoa, dissociandosi dalla clamorosa protesta dei sostenitori. I quali, invece, diserteranno le tribune dell’Olimpico per protestare contro il presidente Lotito.

 

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