Una semplice parola come “pizza” è bastata per alimentare una delle bufale più pericolose dell’era digitale. E oggi, con la pubblicazione dei documenti su Jeffrey Epstein, questa teoria infondata torna a circolare. Ma com’è nata questa bufala? Siamo nel 2016, durante le elezioni presidenziali americane. Vengono hackerate le email di John Podesta, responsabile della campagna di Hillary Clinton. In alcuni messaggi si parla di pizza in modo del tutto normale: ordinazioni, cene, battute. Ma su forum come Reddit e 4chan qualcuno decide che quella parola nasconda un codice segreto.
Nasce così il Pizzagate: secondo questa teoria completamente falsa, alcuni politici democratici gestivano un traffico di minori dalla pizzeria Comet Ping Pong a Washington. Non esisteva alcuna prova, nessun indizio concreto. Solo interpretazioni forzate di messaggi banali trasformati in “simboli oscuri”.
A dicembre 2016 la situazione precipita. Edgar Welch, un uomo della Carolina del Nord, crede alle voci lette online. Convinto che dei bambini siano prigionieri nel seminterrato della pizzeria, si presenta armato di fucile e spara alcuni colpi all’interno del locale, terrorizzando clienti e personale.
Il risultato? Nessun seminterrato (la pizzeria non ne ha uno), nessun tunnel, nessun bambino. Solo persone spaventate e una comunità sconvolta. Ma per chi credeva alla teoria, l’assenza di prove non chiude il caso: diventa invece la dimostrazione di un presunto insabbiamento ancora più grande.
Il nostro cervello cerca naturalmente collegamenti e schemi. Sui social, questi collegamenti si diffondono a una velocità impressionante. YouTube, Facebook, Reddit: ogni piattaforma ha amplificato la teoria con video, discussioni infinite, “indagini” improvvisate. Più qualcuno smentiva, più i complottisti vedevano conferme: lo scetticismo veniva letto come complicità.
Le conseguenze sono state pesanti. Il proprietario e i dipendenti della Comet Ping Pong hanno subito minacce per mesi, alcune continuano ancora oggi. Il Pizzagate ha inoltre ispirato altri movimenti come QAnon, creando una cultura dove l’intuizione conta più dei fatti.
All’inizio del 2026 vengono rilasciati migliaia di pagine di documenti giudiziari su Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per crimini sessuali. Chi li analizza nota che la parola “pizza” compare oltre 900 volte. Messaggi come “conteggio persone per la pizza” o “chi vuole pizza ad Austin” vengono subito interpretati come codici segreti.
Su X (ex Twitter) e TikTok esplode il clamore. Molti utenti dichiarano che il Pizzagate era vero fin dall’inizio (anche Heather Parisi ne ha parlato in riferimento alle “simulazioni di pandemia” volute da Bill Gates).
Ma c’è un problema: non esistono prove che colleghino queste menzioni a traffici criminali. Gli investigatori hanno chiarito che si tratta semplicemente di conversazioni sulla pizza, niente di più. Uno degli episodi più confusi riguarda Erin Ko, citata nei messaggi di Epstein del 2016. Alcuni hanno speculato che fosse una ragazza tredicenne morta in un incidente in barca nel 2025, ma è impossibile: all’epoca dei messaggi quella ragazza aveva quattro o cinque anni.
La persistenza del Pizzagate mostra come funziona la disinformazione digitale. Le piattaforme social premiano i contenuti che generano emozioni forti, indignazione, coinvolgimento. Anche i video che smontano le fake-news contribuiscono paradossalmente a diffonderle, perché aumentano le visualizzazioni. Il risultato è un ambiente dove le teorie del complotto si rigenerano a ogni nuovo scandalo, coinvolgendo persone che magari non conoscono nemmeno la storia originale.



