Negli ultimi giorni Instagram e TikTok si sono trasformati in una macchina del tempo collettiva. Il trend è chiaro e massiccio: utenti comuni e celebrità stanno pubblicando foto e video del 2016, un anno che dieci anni dopo è diventato oggetto di una nostalgia inaspettata. Billie Eilish, Kylie Jenner, Bianca Balti, Aurora Ramazzotti, Rose Villain e Clara sono solo alcuni dei volti noti che hanno contribuito a far esplodere il fenomeno.
Le statistiche parlano chiaro: secondo dati citati da BBC News, le ricerche dell’anno 2016 su TikTok sono aumentate del 452% nel giro di una settimana. I video creati con filtri dalle tonalità rosa tenue che ricordano l’Instagram delle origini hanno superato i 55 milioni. Al momento, i post con l’hashtag #2016 creati su TikTok sono circa 1,7 milioni. Anche le playlist musicali di quell’anno su Spotify sono aumentate del 71 per cento rispetto al 2024.
Ma cosa c’è dietro questa ondata di nostalgia? A differenza di molti contenuti virali, questo trend non è nato da alcuna campagna pubblicitaria o iniziativa commerciale. Si tratta di un movimento spontaneo che coinvolge soprattutto i Millennials, che nel 2016 avevano all’incirca tra i 25 e i 35 anni, e la Generazione Z, molti dei quali frequentavano ancora le superiori o le medie ma utilizzavano già i social in modo quotidiano.
Il 2016 rappresentava un’epoca in cui l’uso dei social era molto meno performativo e basato sugli algoritmi rispetto a oggi. Instagram era nato nel 2010 e stava vivendo una fase di crescita esplosiva ma ancora relativamente spontanea. TikTok non esisteva ancora: al suo posto c’era Musical.ly, che si sarebbe trasformato nell’app cinese solo nel 2018. Proprio nell’estate del 2016 Instagram lanciava le Stories, copiando l’idea da Snapchat, che all’epoca era rivoluzionario con i suoi contenuti effimeri destinati a sparire dopo 24 ore.
La differenza principale rispetto a oggi riguarda proprio l’approccio ai contenuti. Nel 2016 si postava per gioco, più per sé stessi che per gli altri. I filtri esistevano eccome, ma erano soprattutto simpatici: il celebre filtro-cane di Snapchat, la ghirlanda di fiori, le orecchie da coniglio. Nessuno cercava di cambiare i propri connotati o di vendere un’estetica costruita nei minimi dettagli.
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Anche dal punto di vista estetico, il 2016 aveva un’identità precisa. Era il regno degli skinny jeans, così stretti che bisognava saltellare per infilarli e sdraiarsi sul letto per chiuderli, delle giacche bomber, della fantasia militare, delle camicie a quadretti annodate in vita. I choker, collane strette sul collo, erano un accessorio irrinunciabile. I capelli erano colorati, spesso con tinte azzurre, viola o rosa, anche grazie all’influenza di Kylie Jenner che proprio in quel periodo fondava il suo brand.
Ma c’è un elemento ancora più significativo: nel 2016 il confine tra online e offline era ancora netto. Il virtuale era un passatempo, non un’estensione della propria identità. Il doomscrolling non era ancora una realtà quotidiana, l’algoritmo non ci conosceva poi così bene, lo shopping si faceva quasi del tutto dal vivo. L’intelligenza artificiale non appariva ancora come una minaccia concreta.
Il fenomeno della nostalgia non è nuovo: il trend di condividere immagini del proprio passato torna periodicamente dal 2019, quando partì la cosiddetta #10yearchallenge. Mode di questo tipo funzionano perché ricordano tempi in cui si era più giovani e spensierati, possono essere un modo per celebrare l’inizio di un nuovo anno e per ricordarsi che siamo più vicini al 2030 che all’inizio della pandemia.
Eppure c’è un paradosso interessante in questa nostalgia. Secondo una teoria che circola online, in ambito internazionale le cose hanno iniziato a precipitare proprio nel 2016, anno in cui fu chiaro a tutti che il mondo a cui eravamo abituati stava cambiando per sempre: prima con la Brexit, poi per l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Un fantasioso corollario a questa teoria, che riemerge ciclicamente, è che a tenere insieme il mondo precedente fosse David Bowie, morto proprio nei primi giorni del 2016. Quell’anno scomparvero anche Prince, George Michael e Carrie Fisher.
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Per la giornalista Katie Rosseinsky dell’Independent, con questo trend si sta romanticizzando un anno che in realtà fece davvero schifo. Alla fine del 2016, il vero meme dell’anno fu “Fuck 2016” (vaffanculo al 2016), e subito dopo l’elezione di Trump, BuzzFeed pubblicò un articolo secondo cui il 2016 a conti fatti era l’anno peggiore di sempre.
Lo psicologo Clay Routledge, che studia la nostalgia dal 2001, è restio ad attribuire un significato particolare a un anno piuttosto che a un altro. Parlando con BBC News, ha spiegato che si tende a essere più nostalgici quando il mondo attraversa grandi cambiamenti, e che in questi casi si guarda al proprio passato in cerca di conforto, ispirazione e direzione.
Nel 2016 il web era invaso da challenge come la Mannequin, dove i partecipanti rimanevano immobili in pose congelate come manichini, dalla mossa della Dab resa celebre dal calciatore Paul Pogba, e dai video delle camminate chilometriche per acciuffare i Pokémon di Pokémon Go. Vine era la principale fonte di risate con i suoi meme in movimento, brevi e geniali. Al cinema, film come La La Land facevano piangere ed emozionare. E soprattutto, al cinema si andava ancora regolarmente.
In Italia, Netflix era arrivato da poco, e stava iniziando quella che sarebbe stata una rivoluzione completa nel modo di fruire film e serie tv. Una delle prime serie di successo fu Stranger Things, che dieci anni dopo ha chiuso un’era quasi decennale con la sua ultima stagione.
Dietro ai video e alle foto condivise in massa non c’è solo la voglia di rivivere momenti spensierati della propria giovinezza, ma anche il desiderio di recuperare un approccio ai social più naturale, meno costruito, meno orientato alla vendita di sé stessi. Un’epoca in cui postare significava condividere frammenti di vita reale, non vendere un’estetica studiata a tavolino.



