Su Instagram, TikTok, YouTube e Facebook la stessa frase viene ripetuta migliaia di volte. Centinaia di volti differenti, uomini, donne, bianchi, neri, giovani, anziani, con capelli corti o rossi, dicono le stesse parole guardando in camera con un sorriso e lo sguardo ammiccante: “Se supporti Trump, ti sei appena fatto un amico”. Si tratta di volti umani generati interamente dall’intelligenza artificiale per simulare un consenso popolare massiccio. Questa campagna di propaganda automatizzata, scoperta dal New York Times, segna una nuova frontiera della manipolazione politica digitale in vista delle prossime scadenze elettorali americane.
Muy interesante este reportaje del New York Times, sobre la explosión en las grandes redes sociales (de la cual sus dueños son cercanos a Trump), de una masa de avatares falsos creados con IA y empujados con bots para reposicionar a la derecha trumpista: https://t.co/MtpBggnbUA pic.twitter.com/0lp5QBEAqQ
— Vagabundo ilustrado (@vagoilustrado) April 18, 2026
L’indagine condotta in collaborazione con gli esperti della Purdue University ha permesso di individuare oltre trecento account attivi nella promozione del movimento Maga attraverso l’uso di questi cittadini inesistenti. I filmati, realizzati con costi irrisori che si aggirano intorno ai due dollari per clip, vengono immessi nel flusso dei social network con una frequenza incessante. Nonostante la natura artificiale di questi influencer sia spesso rilevabile da un occhio esperto, i commenti lasciati dai navigatori dimostrano una totale assenza di sospetto, con migliaia di persone che interagiscono con le macchine come se fossero autentici attivisti in carne e ossa.
Questi contenuti rientrano nella categoria definita dai ricercatori come produzione seriale di bassa qualità, mirata a saturare il dibattito pubblico attraverso la pura forza del numero piuttosto che della raffinatezza visiva. Gli avatar non si limitano a dichiarare fedeltà politica, ma affrontano temi caldi della politica interna ed estera, diffondendo talvolta informazioni distorte su avversari politici o rassicurazioni circa le operazioni militari in corso in Medio Oriente. Il pericolo principale risiede nella capacità di questi volti algoritmici di costruire una narrazione di patriottismo e unità nazionale che appare autentica agli occhi di chi cerca conferme alle proprie convinzioni.
Un caso emblematico è rappresentato dal profilo di una giovane donna virtuale che ha ottenuto una visibilità straordinaria dopo che lo stesso Donald Trump ha condiviso uno dei suoi video su Truth Social. Questo account ha pubblicato centinaia di filmati in un arco temporale ridottissimo, mostrando una rapida evoluzione tecnologica: nel giro di pochi mesi, la qualità dei tratti somatici e la fluidità del linguaggio sono migliorate drasticamente, passando da un aspetto stereotipato a una resa visiva molto più naturale e convincente. Le reazioni del pubblico a questi post sono quasi unanimemente positive, cariche di simboli patriottici e ringraziamenti per il coraggio dimostrato nel dire la verità, segno che l’inganno digitale ha pienamente raggiunto il suo scopo.
Sebbene le grandi aziende tecnologiche abbiano iniziato a rimuovere molti di questi profili dopo la denuncia dei media, la struttura stessa della campagna suggerisce una strategia di resilienza, dove nuovi account appaiono non appena i vecchi vengono oscurati. La paternità di questa operazione rimane avvolta nel mistero, ma si inserisce in un contesto dove l’uso di immagini sintetiche è diventato uno strumento ricorrente per la comunicazione politica. Dalla rappresentazione dei flussi migratori alla propaganda bellica, il confine tra documentazione reale e manipolazione algoritmica è sempre più sottile.
La sfida per le piattaforme e per i legislatori sarà quella di sviluppare sistemi di etichettatura chiari per i contenuti generati dall’intelligenza artificiale, prima che la fiducia nella comunicazione online venga definitivamente compromessa da questa inflazione di identità simulate.
