Fino a metà del secolo scorso era semplicemente impensabile l’idea che un giornalista scrivesse un articolo basandosi sulle proprie opinioni, invece che sulla verità oggettiva: era necessario infatti che tutto quello che raccontava fosse supportato da fatti accertati e comprovabili. Nei decenni successivi, a rivoluzionare per sempre il modo di raccontare una notizia arrivò il Gonzo Journalism, ad opera del reporter statunitense Hunter Stockton Thompson. Vi raccontiamo qui in cosa consiste questo particolare stile giornalistico, e perché ha attirato l’attenzione anche di un certo Johnny Depp.
Hunter S. Thompson, che iniziò la sua carriera come giornalista sportivo, raggiunse la notorietà a metà degli anni ’60 con il reportage The Motorcycle Gangs: Losers and Outsiders, in cui raccontava la propria esperienza dopo essersi infiltrato personalmente nella gang di motociclisti degli Hells Angels. Era appunto questo un pilastro del Gonzo Journalism: diventare parte integrante della storia che viene raccontata – e raccontarla in prima persona – ed “esporre la verità mentendo”. Secondo questo stile, infatti, non deve esserci da parte del reporter alcuna pretesa di oggettività o conoscenza dei fatti; il risultato è inevitabilmente un articolo dal carattere dissacrante, sarcastico e ricco di esagerazioni.

Il Gonzo Journalism nasce in realtà come sottogenere del New Journalism che per primo aveva rotto con i canoni del passato, utilizzando una prospettiva soggettiva e una scrittura spiccatamente narrativa per raccontare fatti di cronaca: la storia è narrata per scene, con abbondanza di dialoghi e dettagli e ricorrendo al punto di vista dei personaggi per coinvolgere maggiormente il lettore. Proprio con questo stile nascono i primi romanzi-reportage (un genere diffusissimo ancora oggi), i cui esempi più noti sono Compulsion di Meyer Levin e soprattutto A Sangue Freddo di Truman Capote.
Ma perché Gonzo Journalism? La parola Gonzo, nello slang di South Boston, indica l’ultima persona in piedi dopo una notte di bevute, ed è stata utilizzata per la prima volta da Bill Cardoso del Boston Globe proprio in riferimento agli scritti di Thompson. Esso si differenzia dal classico New Journalism per lo stile “eccessivo”, per l’umorismo e anche per la distanza che l’autore prende dai fatti: è molto più importante, secondo Thompson, rifiutare “il mito dell’oggettività” e dare spazio più ampio a esperienze e sensazioni personali.

Hunter S. Thompson e Johnny Depp si conobbero per la prima volta nel 1994 in un bar di Aspen, Colorado, città in cui Thompson risiedeva ed era stato anche sceriffo per qualche anno (battendosi anche per la legalizzazione delle droghe). Tra i due nacque immediatamente una profonda amicizia, costellata di serate folli e sregolate e avventure ai limiti dell’assurdo alimentate da droghe e alcool. Quando Depp accettò un ruolo in Paura e delirio a Las Vegas, trasposizione cinematografica del romanzo semi-autobiografico di Thompson Paura e disgusto a Las Vegas, fu il giornalista stesso ad aiutarlo a calarsi al meglio nella parte di Duke, ispirata proprio a lui.
Nel 2006 Hunter S. Thompson si suicidò, e Depp fu incaricato di organizzargli un funerale a dir poco rocambolesco: egli spese più di 3 milioni di dollari per costruire un enorme cannone – con tanto di Gonzo Fist – da cui sparare le ceneri dell’amico con Mr. Tambourine Man di Bob Dylan in sottofondo, secondo le sue specifiche direttive. L’attore ha interpretato Thompson in una seconda occasione nel 2011, con The Rum Diary – Cronache di una passione, tratto dall’omonimo romanzo che lui stesso lo aveva convinto a pubblicare.



