Per chi, almeno una volta nella vita, ha comprato dei libri con l’intenzione di leggerli con un po’ di tempo libero ma, poi, li ha lasciati ad attendere su uno scaffale, da oggi esiste una parola ed una sorta di filosofia di vita che definisce questo comportamento. Si tratta del tsundoku. Questo termine giapponese, infatti, descrive l’abitudine di acquistare libri e lasciarli intatti, accumulati in pile su tavoli, sedie o pavimenti, in attesa di essere letti.
Dal punto di vista etimologico la parola tsundoku nasce dall’unione di due concetti: tsunde oku, che significa “accumulare cose per poi lasciarle lì, e dokusho , ovvero “lettura”. Il termine esiste fin dalla fine del XIX secolo, durante l’era Meiji, ed è diventato un modo affettuoso per descrivere non solo un vizio, ma anche una particolare forma di amore per i libri.

A differenza del mero collezionismo o dell’accumulo compulsivo, infatti, lo tsundoku è animato da un desiderio autentico. Ogni libro comprato rappresenta un piccolo progetto, una speranza di crescita personale o di evasione. Non si tratta di dimenticare i libri, ma di volerli integrare, anche solo idealmente, nella propria vita. In Giappone, dunque, vivere circondati da libri mai letti è considerato perfettamente normale, persino nobile. Avere delle letture in attesa non è un fallimento, ma la prova di una mente curiosa che guarda sempre oltre il presente. In sostanza, ogni libro non letto è una porta ancora da aprire, una possibilità ancora viva.
In fondo, come scriveva il bibliotecario e autore Nassim Nicholas Taleb, “la tua biblioteca dovrebbe contenere tanto ciò che sai quanto ciò che non sai”. In questo senso i libri non letti non sono un peso ma una dichiarazione di fiducia nel futuro.



