In questi giorni, la Mostra del Cinema di Venezia 2025 accende i riflettori su Mother, il film di Teona Strugar Mitevska con Noomi Rapace, che ritrae una Madre Teresa inedita, tormentata e ribelle, ben lontana dall’immagine che si ha solitamente di lei. Santa per alcuni, figura controversa per altri, Madre Teresa di Calcutta ha dedicato la vita ai “più poveri tra i poveri”, ma la sua eredità è avvolta da luci e ombre. Scopriamo dunque la storia vera di questa religiosa che ha trasformato il dolore in missione.
Nata il 26 agosto 1910 a Skopje, allora parte dell’Impero Ottomano, Anjezë Gonxhe Bojaxhiu crebbe in una famiglia albanese cattolica. A 18 anni, mossa da una vocazione religiosa, entrò nell’Ordine delle Suore di Loreto in Irlanda, scegliendo il nome Teresa in onore di Teresa di Lisieux. Nel 1929 arrivò in India, dove insegnò per vent’anni a Calcutta, diventando direttrice di una scuola. Ma fu nel 1946, durante un viaggio in treno, che sentì una “chiamata nella chiamata”: un’esortazione ad abbandonare il convento per vivere tra i poveri. Nel 1948, dopo aver ottenuto il permesso del Vaticano, fondò le Missionarie della Carità, un ordine dedicato agli ultimi, con un semplice sari bianco bordato d’azzurro come uniforme.
Le Missionarie crebbero rapidamente: da un piccolo ospizio a Calcutta, il loro lavoro si estese a oltre 130 Paesi, con case per malati, orfani e moribondi. Madre Teresa divenne un simbolo globale di compassione, premiata con il Nobel per la Pace nel 1979 e canonizzata da Papa Francesco nel 2016. La sua missione era chiara: servire i “più poveri tra i poveri”, vedendo in loro il volto di Cristo. Ma dietro l’immagine immacolata della santa si nascondeva una donna complessa, segnata da dubbi spirituali e da una fede messa alla prova.
Madre Teresa non è stata universalmente celebrata: le critiche alla sua opera, emerse già durante la sua vita e amplificate ulteriormente dopo la sua morte, hanno dipinto un’immagine lontana dall’icona della santità. Uno dei suoi critici più accesi, Christopher Hitchens, nel suo libro The Missionary Position (1995) e nel documentario Hell’s Angel (1994), accusò Madre Teresa di glorificare la povertà come un valore spirituale, trascurando l’importanza di fornire cure mediche adeguate.
Gli ospizi delle Missionarie della Carità, come la Casa per i Moribondi a Calcutta, furono descritti come luoghi dove i pazienti ricevevano assistenza minima, con aghi riutilizzati senza sterilizzazione, mancanza di antidolorifici adeguati e condizioni igieniche precarie. Hitchens sosteneva che Madre Teresa vedesse la sofferenza come un’offerta a Dio: un’idea che, secondo i critici, giustificava la scarsa attenzione al trattamento medico moderno.

Un altro punto controverso fu la gestione delle donazioni: Madre Teresa raccolse milioni di dollari da donatori internazionali, inclusi personaggi discutibili come il dittatore haitiano Jean-Claude Duvalier e il finanziere Charles Keating, coinvolto in uno scandalo fraudolento. Secondo alcune inchieste, come quella del giornalista indiano Aroup Chatterjee, autore di Mother Teresa: The Final Verdict (2003), gran parte di questi fondi non finì in cure dirette per i poveri, ma fu destinata a costruire nuove case religiose o depositata in conti vaticani. Questo sollevò dubbi sulla trasparenza finanziaria delle Missionarie della Carità.
La sua posizione su temi sociali alimentò ulteriori critiche: Madre Teresa si oppose fermamente all’aborto e alla contraccezione, anche in contesti di estrema povertà, come durante il discorso per il Nobel, dove definì l’aborto “il più grande distruttore della pace”. Queste posizioni, radicate nella sua fede cattolica, furono criticate come retrograde, specialmente da movimenti femministi che vedevano nella contraccezione un mezzo per alleviare la povertà e la diffusione di malattie. Alcuni ex volontari e suore dipinsero un quadro autoritario dell’organizzazione, in cui Madre Teresa imponeva regole rigide come il rifiuto di cure mediche avanzate in favore della preghiera.
Le sue “amicizie” con varie figure controverse e il sostegno pubblico a leader politici autoritari furono un altro punto di scontro. Per esempio, Madre Teresa accettò onorificenze dal governo indiano nonostante le critiche alle sue strutture sanitarie, e mantenne rapporti con diversi personaggi politici senza mai denunciarne le azioni. Alcuni critici la accusarono di ipocrisia, sostenendo che la sua immagine di santa fosse costruita più dal marketing mediatico che dalle sue azioni.
Eppure, queste critiche non cancellano l’impatto della sua opera: a Calcutta, Teresa trasformò un tempio abbandonato in un ospizio per i moribondi, dando dignità a chi era stato dimenticato. Le sue suore accoglievano chiunque, indipendentemente dalla fede, in un’India segnata da caste e divisioni. La sua “notte oscura” – un periodo di dubbi spirituali durato anni e confessato solo in alcune lettere private pubblicate postume – rivela una donna che, pur sentendosi lontana da Dio, continuò a servire con dedizione. Il film Mother, presentato a Venezia, esplora proprio questa complessità, mostrando una giovane Teresa nel 1948, alle prese con una crisi morale mentre attendeva l’approvazione per il suo ordine.
Madre Teresa morì il 5 settembre 1997, lasciando un’eredità che ancora divide: per i suoi sostenitori – e oltre 4.000 suore che continuano la sua missione – è la “santa degli ultimi”, una donna che ha portato luce nei luoghi più bui; per i detrattori è un simbolo di un approccio alla carità che esaltava la sofferenza, trascurando soluzioni sistemiche alla povertà. La sua canonizzazione nel 2016 ha riacceso il dibattito, ma la sua figura rimane un enigma: una religiosa che abbracciò i lebbrosi, ma che suscitò sospetti e polemiche per le sue scelte.



