Una testa mummificata, conservata in un museo svizzero dal 1914, ha rivelato un segreto sorprendente. Creduta inizialmente appartenere a un uomo Inca, recenti analisi hanno dimostrato che i resti appartengono a un individuo di una cultura diversa, le cui incisioni sul cranio suggeriscono un rituale antico e misterioso.
Claire Brizon, museologa e storica dell’arte del Museo Cantonale di Archeologia e Storia di Losanna, in Svizzera, sottolinea l’importanza di contestualizzare questi resti, restituendo loro la propria storia locale. “Non si tratta solo di ossa in una collezione antropologica, ma dei resti di individui a pieno titolo”.
Lo studio, pubblicato sull’International Journal of Osteoarchaeology, descrive la testa mummificata, composta da pelle, viso, cranio, mascella e parte del collo. La parte superiore del cranio presenta una forma conica e una lesione prominente, risultato di un tentativo di trapanazione. L’assenza di segni di trauma suggerisce che la procedura avesse uno scopo rituale o sociale (o forse medico).

L’analisi ha rivelato che la testa apparteneva a un uomo adulto, morto almeno 350 anni fa, che aveva subito una deformazione cranica durante l’infanzia, una pratica comune nelle culture precolombiane del Sud America. Il tentativo di trapanazione, sul lato destro del cranio, non è stato completato, lasciando profonde incisioni negli strati esterni dell’osso senza perforare quelli interni.
La testa mummificata è stata donata al museo di Losanna nel 1914 da un collezionista svizzero che l’aveva ottenuta in Bolivia negli anni 1870. Una nota allegata indicava la sua provenienza Inca. Tuttavia, il tipo di deformazione cranica osservata suggerisce l’appartenenza alla cultura Aymara, un gruppo indigeno delle Ande boliviane. La nota menzionava anche un’area specifica della Bolivia, oggi riconosciuta come territorio Aymara. Probabilmente, la testa è stata prelevata da una “chullpa“, una torre funeraria in pietra comune nella regione, e mummificata naturalmente dal clima freddo e secco.
I ricercatori, guidati dall’antropologa Claudine Abegg dell’Università di Ginevra, hanno utilizzato metodi di analisi non invasivi, nel rispetto del defunto. Si sono astenuti da test distruttivi, come la datazione al radiocarbonio, lasciando la decisione di eventuali analisi future alle comunità legate all’individuo.
La testa mummificata rimane nella collezione del museo, non esposta al pubblico.



