Da oggi è disponibile su Netflix la serie di Stefano Sollima dedicata al Mostro di Firenze, il serial killer più famoso d’Italia, responsabile di sette duplici omicidi commessi tra il 1974 e il 1985 (elenco a cui potrebbe aggiungersi un delitto del 1968). Fu uno dei momenti più difficili della cronaca nera italiana, capace di segnare l’immaginario collettivo in vari modi. Per esempio, per la prima volta fu creata la Squadra anti-mostro, SAM, per riuscire ad indagare a 360°. Quella squadra era guidata da Ruggero Perugini. Nato a Roma nel 1946, scomparso nel 2021, Perugini intraprese una carriera nelle forze dell’ordine che lo portò prima nell’Arma dei carabinieri e successivamente, nel 1975, in polizia.
Ma fu la sua formazione negli Stati Uniti a segnare profondamente il suo approccio investigativo e a distinguerlo dai colleghi italiani. Dopo essersi iscritto alla facoltà di Criminologia dell’Università di Modena, completò le ventuno settimane di corso presso l’accademia di Quantico, in Virginia, il leggendario centro dove vengono formati gli agenti speciali dell’FBI. Qui imparò la scienza del profiling, ovvero dell’identificazione delle caratteristiche principali di un serial killer, al fine di anticiparne le mosse.
Questa esperienza americana gli fornì competenze allora quasi sconosciute in Italia. Strumenti che avrebbe utilizzato dal 1986 al 1992 come capo dell’unità speciale creata per dare la caccia al serial killer che seminava il terrore tra le coppiette appartate nelle campagne fiorentine.
Il 4 febbraio 1992, Perugini compì un gesto che sarebbe rimasto impresso nella memoria collettiva italiana. Durante la trasmissione televisiva “Detto tra noi”, sulla Rai (che ha sbagliato il sottopancia ndr), si rivolse direttamente al Mostro di Firenze con un appello carico di intensità drammatica:
“Io non so perché, ma ho la sensazione che tu in questo momento mi stia guardando e allora ascolta. La gente qui ti chiama mostro, maniaco, belva, ma in questi anni credo di avere imparato a conoscerti, forse anche a capirti. So che tu sei soltanto il povero schiavo in realtà di un incubo di tanti anni fa che ti domina. Ma tu non sei pazzo come la gente dice, la tua fantasia, i tuoi sogni, ti hanno preso la mano e governano il tuo agire. Tu sai come, quando e dove trovarmi, io aspetterò“.
Quella scena televisiva rappresentava perfettamente la personalità di Perugini: un investigatore che non incarnava i tratti del poliziotto italiano tradizionale, ma assomigliava piuttosto a un detective americano. Fu una sfida, anzi, che probabilmente ha “imparato” proprio a Quantico, per stanare il Mostro.
Il momento cruciale delle sue indagini arrivò il 29 aprile 1992, quando durante una perquisizione nell’orto di Pietro Pacciani, il contadino di Mercatale Val di Pesa, Perugini e i suoi uomini trovarono un bossolo inesploso di una pistola calibro 22 con una “H” punzonata sul fondello. Quel dettaglio tecnico, apparentemente minuscolo, divenne l’elemento determinante per la condanna di Pacciani, trasformando il contadino toscano nel “mostro” che l’opinione pubblica cercava.
Perugini aveva costruito attorno a Pacciani un profilo psicologico complesso: lo definiva “Il velenoso”, descrivendolo come un criminale “raro, multiforme, dissimulatore”. Secondo la sua teoria, Pacciani era il capobastone di una combriccola di guardoni, il leader carismatico di quella che la stampa avrebbe ribattezzato i “compagni di merende”, una sorta di Manson Family in versione contadina toscana.
A differenza di molti investigatori e commentatori, Perugini rimase sempre convinto che il killer fosse uno solo. Non credette mai nell’esistenza di un “secondo livello”, di mandanti occulti, di coinvolgimenti della massoneria fiorentina o di presunte sette sataniche. Per lui, la verità era più semplice e al tempo stesso più inquietante: un uomo solo, dominato dai propri demoni interiori.
Lasciò la guida della Squadra anti-mostro alla fine del 1992, dopo che le sue indagini avevano dato una svolta decisiva al caso. Nel 1993 si trasferì a Washington presso l’ufficio di collegamento tra la DIA e l’FBI, continuando a lavorare nell’ambito della cooperazione internazionale contro il crimine organizzato.



