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Home » Cultura » Lo studio che nessuno voleva pubblicare: ecco perché gli italiani non smettono di bestemmiare (e non è colpa del traffico)

Lo studio che nessuno voleva pubblicare: ecco perché gli italiani non smettono di bestemmiare (e non è colpa del traffico)

Uno studio internazionale rivela che solo in Italia le bestemmie sono tra le espressioni più usate. Frequenza, diffusione e origini di questa abitudine.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene29 Ottobre 2025
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Il tennista Lorenzo Musetti, più volte sorpreso a bestemmiare in campo
Il tennista Lorenzo Musetti, più volte sorpreso a bestemmiare in campo (fonte: YouTube Sky Sport)

Quando un gruppo di ricercatori ha chiesto a oltre mille persone da 17 paesi diversi di scrivere tutte le parolacce che gli venivano in mente, si aspettava di trovare somiglianze. Invece è emerso un dato sorprendente: solo in Italia le bestemmie erano tra le venti espressioni più nominate in assoluto. Gli italiani hanno elencato oltre 24 espressioni tabù legate alla Chiesa, tra cui 17 varianti di bestemmie. Una creatività linguistica impressionante: mentre gli altri paesi conoscevano al massimo qualche imprecazione religiosa, noi ne abbiamo inventate decine.

Ma perché proprio l’Italia? La vicinanza culturale e storica con il Vaticano e la forza della tradizione cattolica nel nostro Paese hanno probabilmente giocato un ruolo fondamentale. È un paradosso: essere stati per secoli al centro del potere religioso ha generato, in alcune regioni, un forte anticlericalismo. In Toscana e Veneto, per esempio, l’irriverenza verso il sacro è diventata quasi una firma culturale, un modo per sfidare l’autorità ecclesiastica che ha condizionato per secoli la vita quotidiana.

Simone Sulpizio, professore di psicologia all’Università di Milano Bicocca e coordinatore dello studio, spiega che la bestemmia italiana svolge una funzione sociale precisa: rompe le regole, marca un’identità, esprime potere. Chi si sente sottomesso e bestemmia può sentirsi libero per un istante; chi ha autorità e lo fa mostra di essere sopra le convenzioni.

In Italia si impreca in media 9 volte al giorno, meno dei britannici ma molto meno degli americani che arrivano a 21 volte. Venezia è la città dove si impreca di più con una media di 19 parolacce al giorno, quasi quanto gli Stati Uniti. Un dato che non stupisce chi conosce la tradizione veneta, ma che si spiega anche con il caos turistico che mette a dura prova la pazienza dei residenti. Seguono Brescia e Padova con 17 imprecazioni giornaliere, mentre Taranto risulta la città più “educata” con sole 5 al giorno. Milano e Roma, nonostante siano metropoli caotiche, si piazzano rispettivamente al quinto e settimo posto: forse i loro abitanti sono più abituati a gestire gli imprevisti.

Una bestemmia "nascosta" in un adesivo toscano
Una bestemmia “nascosta” in un adesivo toscano (fonte: Carnby, CC BY-SA 4.0 / Wikimedia Commons)

Gli uomini imprecano molto più delle donne: 11,6 volte al giorno contro 6,3. Nella fascia dai 16 ai 24 anni la media è di 14 volte al giorno, che poi scende progressivamente con l’età fino a meno di 4 imprecazioni per gli over 55. I luoghi preferiti? Casa (34%), situazioni con gli amici (17%), posto di lavoro (17%) e auto nel traffico (17%). Ci si trattiene invece davanti ai bambini (78% delle persone evita) e davanti ai superiori al lavoro (75%).

La bestemmia italiana è linguisticamente duttile: si trasforma, si abbrevia, si maschera dietro eufemismi, ma resta sempre riconoscibile. E nonostante sia illegale (è un illecito amministrativo, fino al 1999 era un reato), continua a essere parte del linguaggio quotidiano. Nel calcio comporta la squalifica, un caso unico nei principali campionati europei.

Perché gli italiani non smettono di bestemmiare? Perché la bestemmia è diventata molto più di uno sfogo: è un codice comunicativo stratificato, un tratto identitario che affonda le radici in secoli di storia. È passata dai mercati e dai campi ai bar e agli stadi, resistendo alla censura e alle multe. E come ogni elemento vivo della lingua, continua ad adattarsi, cambiare, ma soprattutto a resistere.

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