A trent’anni dalla fine della guerra in Bosnia, emerge una delle pagine più oscure e sconcertanti del conflitto che insanguinò i Balcani negli anni Novanta. La Procura di Milano ha aperto un’inchiesta su cittadini italiani che avrebbero partecipato all’assedio di Sarajevo come “turisti della guerra”, pagando somme ingenti per sparare sulla popolazione civile inerme. Una storia di orrore che coinvolge Milano, Torino e Trieste, e che solo ora potrebbe portare alla giustizia responsabili rimasti impuniti per tre decenni.
Il fascicolo d’inchiesta è stato aperto dal pubblico ministero Alessandro Gobbis con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti. Al momento l’indagine procede contro ignoti, ma l’obiettivo è dare un nome e un volto a quelli che venivano chiamati i cecchini del weekend, italiani che partivano dal Nord Italia per partecipare a quello che è stato definito un macabro “safari umano”.
L’inchiesta nasce da un esposto dettagliato presentato dal giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni, con la collaborazione degli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini, ex magistrato. Nel documento sono raccolte testimonianze, documenti d’intelligence e rivelazioni che descrivono un sistema organizzato per portare stranieri facoltosi sulle colline intorno a Sarajevo, dove potevano sparare sui civili dopo aver versato l’equivalente di circa 100mila euro di oggi.

Secondo le testimonianze raccolte, questi appassionati di armi e caccia, perlopiù simpatizzanti dell’estrema destra, si radunavano a Trieste e venivano poi trasportati prima a Belgrado e successivamente sulle postazioni delle milizie serbo-bosniache di Radovan Karadzic, il leader poi condannato per genocidio e crimini contro l’umanità. La copertura dell’attività venatoria serviva per giustificare i viaggi e il trasporto di armi senza destare sospetti.
Una fonte chiave dell’indagine è un ex ufficiale dell’intelligence militare bosniaca, identificato nell’esposto, che ha raccontato di aver appreso del fenomeno alla fine del 1993. In uno scambio di mail del novembre 2024 con Gavazzeni, l’ex 007 ha spiegato di aver scoperto la presenza di questi “turisti-cecchini” attraverso l’interrogatorio di un volontario serbo catturato. Il prigioniero aveva testimoniato che cinque stranieri avevano viaggiato con lui da Belgrado alla Bosnia, almeno tre dei quali erano italiani, con uno che si dichiarava di Milano.
L’intelligence bosniaca all’epoca condivise queste informazioni con gli ufficiali del Sismi, il servizio segreto militare italiano, a Sarajevo, poiché c’erano indicazioni che gruppi turistici di cecchini stavano partendo da Trieste. Nelle diciassette pagine dell’esposto si dà conto di testimonianze che identificano un uomo di Torino, uno di Milano e uno di Trieste tra questi criminali. In particolare, uno dei cecchini italiani identificati nel 1993 era descritto come proprietario di una clinica privata milanese specializzata in interventi di tipo estetico.
Particolarmente inquietante è il dettaglio, riportato nelle testimonianze, secondo cui esisteva una vera e propria tariffa per le uccisioni: i bambini costavano di più, seguiti dagli uomini in divisa e armati, poi le donne, mentre gli anziani potevano essere uccisi gratuitamente. Un sistema di pricing dell’orrore che trasformava l’assedio di Sarajevo in un mostruoso poligono a cielo aperto per ricchi cacciatori di esseri umani.
La vicenda era già emersa in parte negli anni scorsi, culminando nel documentario “Sarajevo Safari” del 2022, diretto dal regista sloveno Miran Zupanic e presentato durante l’Al Jazeera Balkans Film Festival. Gavazzeni ha precisato che il regista ha fornito le password per accedere alla visione riservata del film, che potrà essere messo a disposizione del magistrato. Nel documentario compare anche un testimone anonimo che conferma la presenza di americani, canadesi, russi e italiani disposti a pagare per “giocare alla guerra”.
L’assedio di Sarajevo durò dal 1992 al 1996 ed è considerato il più lungo assedio a una città nella storia moderna. Assieme al massacro di Srebrenica fu un dei momenti più terribili del conflitto. Durante quei quattro anni di blocco totale, la capitale bosniaca fu circondata da cannoni, mortai e centinaia di postazioni di cecchini posizionate sulle colline circostanti. Il bilancio finale fu devastante: oltre 11mila morti, tra cui duemila bambini, falciati dai colpi sparati dalle postazioni in cima ai palazzi o mentre cercavano di procurarsi acqua e cibo per sopravvivere.



