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Home » Salute » Scienza » A Chernobyl c’è un fungo nero che si nutre di radiazioni nucleari per crescere più forte

A Chernobyl c’è un fungo nero che si nutre di radiazioni nucleari per crescere più forte

Un fungo nero scoperto a Chernobyl trasforma le radiazioni in energia, crescendo più veloce in ambienti contaminati. Potrebbe proteggere gli astronauti.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino30 Novembre 2025
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cartello alert nucleare
cartello alert nucleare (fonte: Unsplash)

Nel cuore del reattore distrutto di Chernobyl, dove nulla dovrebbe poter sopravvivere, è stata fatta una scoperta sorprendente. La scienziata Nelli Zhdanova nel maggio 1997 si è trovata di fronte a qualcosa di inaspettato: sulle pareti e sui soffitti cresceva una muffa nera, che aveva colonizzato gli spazi più contaminati della centrale nucleare.

Fuori dalla centrale, la natura ha ripreso il sopravvento. Lupi e cinghiali vagano liberi nei boschi circostanti, approfittando dell’assenza dell’uomo. Ma all’interno del reattore quattro, quello esploso, le radiazioni sono ancora a livelli altissimi. Eppure questa muffa scura non solo è sopravvivuta, ma sembra trovarsi a suo agio.

La ricercatrice aveva già notato un comportamento strano: nei terreni intorno alla centrale, i funghi crescevano verso le particelle radioattive, come se ne fossero attratti. Era come vedere piante che si orientano verso il sole, ma al posto della luce c’erano radiazioni mortali. Zhdanova chiamò questo fenomeno “radiotropismo”.

Studiando l’area, la scienziata identificò 36 specie diverse di funghi, tutte con una caratteristica comune: contenevano grandi quantità di melanina. Si tratta dello stesso pigmento che colora la nostra pelle e i capelli. Ma qui la melanina fa qualcosa di speciale.

Quando è esposta a forti radiazioni, la melanina cambia struttura e diventa più efficiente nel trasformare l’energia. Non funziona come uno scudo che respinge i raggi, ma piuttosto come una spugna che li assorbe e li neutralizza. La sua struttura disordinata cattura le radiazioni e ne disperde l’energia, proteggendo le cellule del fungo.

simbolo radioattività
simbolo radioattività (fonte: Unsplash)

Nel 2007, Ekaterina Dadachova, scienziata nucleare presso l’Albert Einstein College of Medicine di New York, ha fatto un esperimento cruciale. Ha coltivato tre tipi di funghi melanizzati (Cladosporium sphaerospermum, Wangiella dermatitidis e Cryptococcus neoformans) in ambienti con radiazioni 500 volte superiori al normale.

I risultati sono stati sorprendenti: questi funghi crescevano più velocemente e accumulavano più biomassa rispetto a quelli tenuti in condizioni normali. In particolare, il Cladosporium sphaerospermum cresceva fino a tre volte più rapidamente quando esposto a forti radiazioni. Era la prova che stavano usando le radiazioni come fonte di energia, attraverso un processo chiamato radiosintesi, simile alla fotosintesi delle piante.

Il 26 aprile 1986, durante un test di sicurezza, il reattore quattro di Chernobyl esplose, causando il peggior incidente nucleare della storia. L’esplosione rilasciò nell’ambiente elementi radioattivi come iodio-131, cesio-137 e stronzio-90, causando morti immediate e tumori negli anni successivi.

Per proteggere la popolazione, fu creata una zona di esclusione di 30 chilometri, un’area vietata dove nessuno può vivere. Ma mentre gli esseri umani venivano allontanati, la muffa nera colonizzava lentamente ogni angolo del reattore distrutto.

La scoperta di questi funghi ha attirato l’attenzione della NASA. Nel 2016, otto specie raccolte a Chernobyl sono state inviate alla Stazione Spaziale Internazionale per studiarne il comportamento. Nel 2022, un esperimento sulla ISS ha dimostrato che questi funghi mostravano capacità di resistenza alle radiazioni e di radiosintesi anche nello spazio.

I test hanno rivelato che uno strato di appena due millimetri di questo fungo può ridurre fino al 2% le radiazioni ambientali. Uno strato di 21 centimetri potrebbe bloccare l’equivalente della dose annuale di radiazioni sulla superficie di Marte.

Il vantaggio rispetto ai materiali tradizionali è che il fungo può crescere da solo, usando risorse organiche disponibili e auto-rigenerandosi continuamente. Basterebbe inviarne pochi grammi nello spazio per creare uno scudo biologico contro le radiazioni cosmiche.

Ma le potenzialità di questi organismi non si limitano allo spazio. Gli scienziati stanno studiando il loro utilizzo per la bonifica ambientale delle aree contaminate. Il fungo potrebbe assorbire le radiazioni dal terreno e dall’aria, stabilizzando i contaminanti e rallentandone la diffusione in zone come Fukushima o la stessa Chernobyl.

Inoltre, la ricerca sulla melanina potrebbe portare allo sviluppo di farmaci radioprotettivi per proteggere medici, tecnici e ricercatori che lavorano in ambienti radioattivi.

Quello che sembrava un ambiente completamente ostile alla vita si è rivelato un laboratorio naturale straordinario. Questi funghi hanno dimostrato che la vita può trovare energia ovunque, anche in condizioni che sembravano incompatibili con qualsiasi organismo.

La scoperta apre nuove prospettive sia per la comprensione della vita sulla Terra che per l’esplorazione spaziale. Forse un giorno questi organismi ci accompagneranno verso Marte e oltre, proteggendo gli astronauti dalle radiazioni cosmiche e rendendo possibili missioni sempre più ambiziose nello spazio profondo.

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