Il cibo in Italia è una cosa serissima e lo sappiamo bene. Prendiamo, per esempio, l’annosa questione delle polpettine di riso tipiche siciliane note come arancine. O come arancini. Insomma, qual è la giusta definizione? Potremmo dire che hanno ragione tutti. O meglio, dipende in quale città si acquista questo delizioso street food. A risolvere la questione in maniera definitiva (più o meno) ci ha pensato Carmen Consoli che ospite del podcast di Alessandro Cattelan ha dato il suo giudizio. A Palermo ci sono le arancine. A Catania ci sono gli arancini:
@alecattelan Ma quindi arancino e arancina non sono la stessa cosa? 🧐 Carmen Consoli è l’ospite del nuovo episodio di Supernova. La versione integrale di questa puntata è disponibile su YouTube, Spotify e tutte le piattaforme audio. Link in bio 🔗 Supernova è realizzato con @Chora media #supernova #videopodcast #podcastitalia #cattelan #musica ♬ suono originale – AleCattelanOfficial
In sintesi, nella parte occidentale dell’isola, si parla dunque di arancine, perché i mini timballi di riso hanno una forma tonda che ricorda quella dell’agrume. Nella parte orientale, al contrario, il termine usato è al maschile. E la forma è conica per omaggiare l’Etna, il vulcano che sovrasta Catania. La versione di Carmen Consoli, dunque, è vera e approvata anche dall’Accademia della Crusca che, per non farsi mancare nulla, ha spiegato che entrambi i generi sono ammessi, sebbene quello femminile sia formalmente il più corretto per la lingua scritta standard.
L’etimologia del termine dipenderebbe dal colore arancione della panatura fritta oppure, nel caso della versione tonda, come detto dalla somiglianza diretta con l’arancia. La prima attestazione scritta della parola dialettale “arancinu” risale al 1857 nel Dizionario siciliano-italiano di Giuseppe Biundi, dove viene definito un cibo fatto di riso ma dolce, non salato. Solo nel 1868, nel Nuovo vocabolario siciliano-italiano del Traina, l’arancinu viene associato a una crocchetta fatta di riso, patate o altro.
La questione linguistica è direttamente legata al dialetto siciliano: l’arancia viene chiamata “aranciu”, con la u finale. Con la progressiva diffusione dell’italiano nel nostro Paese, il termine dialettale si trasformò in “arancio” nell’italiano regionale, e non in “arancia”. In molte parti della Sicilia, ma anche della Toscana, il frutto dell’arancio viene chiamato tutt’ora “arancio”. Per lo stesso motivo si ebbe una trasformazione parallela di “arancinu” in “arancino” nell’italiano regionale siciliano.
La prima attestazione del termine arancino in un vocabolario italiano fu nel 1942, all’interno del Dizionario moderno del Panzini, segnalata come derivazione dialettale siciliana. Questa forma si è diffusa maggiormente in Italia ed è stata adottata anche dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
Tuttavia, nell’italiano standard il giusto modo di definire il frutto dell’arancio è “arancia”. Si tratta di una distinzione che si è diffusa nel nostro Paese solo nella seconda metà del Novecento. È probabile che nel palermitano e in altre aree urbane più ricettive verso l’italiano standard, e in zone della Sicilia dove l’arancia veniva chiamata in altri modi, “arancia” e di conseguenza “arancina” abbiano prevalso come logica trasformazione dell’originale “arancinu”.
Insomma, alla fine conta il fatto che arancine e arancini siano comunque una delizia.



