Ogni anno, quando arriva il momento di allestire la rappresentazione della Natività nelle case italiane, puntualmente si ripresenta lo stesso dubbio linguistico: si dice presepe o presepio? La domanda attraversa l’Italia da nord a sud, dalla Brianza alla Sicilia, da Firenze a Caserta, dividendo famiglie e scatenando discussioni tra puristi della lingua.
La risposta dell’Accademia della Crusca, massima autorità in fatto di lingua italiana, è sorprendente: entrambe le forme sono corrette. Non esiste quindi un errore, ma una ricchezza linguistica che affonda le radici nel latino e si è mantenuta intatta nel corso dei secoli.
La conferma più autorevole arriva direttamente da Alessandro Manzoni, uno dei padri dell’italiano moderno. Nella poesia Il Natale, il grande scrittore utilizza entrambe le forme nello stesso componimento: “e nell’umil presepio soavemente il pose” e poco dopo “videro in panni avvolto, in un presepe accolto, vagire il Re del Ciel”. Se Manzoni poteva alternare liberamente i due termini, ogni italiano può fare altrettanto senza timore di sbagliare.
L’origine di questa duplicità si trova già nel latino antico. La lingua di Roma conosceva due forme distinte: praesaepe, -is, sostantivo neutro della terza declinazione attestato in Virgilio, e praesaepium -ii, neutro della seconda declinazione presente in Plinio nel I secolo dopo Cristo. Quest’ultima forma deriva dal plurale praesaepia ed ebbe particolare fortuna perché comparve sia nella Vulgata, la traduzione latina della Bibbia adottata dalla Chiesa, sia nelle versioni precedenti note come Itala.
Durante i primi secoli dell’affermazione del volgare, entrambe le forme si diffusero in tutta la penisola. Testi franco-piemontesi, toscani, fiorentini, mediani e meridionali documentano l’uso di presepe, mentre forme riconducibili a presepio compaiono in scritti lombardi, bolognesi, trevisani, veneziani, toscani, fiorentini e pisani. Il significato originario era quello di mangiatoia, con l’aggiunta del riferimento all’episodio evangelico della Natività narrato nel Vangelo di Luca.
La diffusione di questi termini dotti anche negli strati bassi della popolazione avvenne principalmente attraverso la predicazione religiosa, in latino o in volgare, e le sacre rappresentazioni che mettevano in scena la nascita di Gesù. Il celebre Presepe di Greccio, realizzato da Giotto tra il 1295 e il 1299, rappresenta quello che probabilmente fu il primo presepe della storia, allestito nel 1223 da San Francesco di Assisi.

Nel Trecento l’incertezza tra le due forme persisteva: lo stesso Petrarca le utilizzava entrambe, sia in senso religioso sia in quello proprio di “mangiatoia”. Nei secoli successivi sembrò prevalere presepio: è l’unica forma usata da Torquato Tasso, dall’Alamanni, dal Vasari e dall’Aretino nel Cinquecento. Presepe rimaneva comunque presente, specialmente nel significato non religioso.
Una tendenza interessante emerge nel Seicento: alcuni autori usavano presepe in senso laico e presepio per il riferimento alla Natività. Giovambattista Marino, per esempio, impiegava presepio in poesia e in prosa religiosa, mentre nell’Adone utilizzava presepe per indicare semplicemente la mangiatoia. Questa sorta di spartizione di campo si riflette anche nel Vocabolario degli Accademici della Crusca: le prime tre edizioni, dal 1612 al 1691, registrano solo presepio con il valore di “stalla” o “mangiatoia”. Solo nella quarta edizione del 1729-1738 il lemma diventa “presepe e presepio”.
Nel corso del tempo è evoluto anche il significato del termine. Originariamente indicava solo la mangiatoia posta nella stalla, mentre oggi si riferisce all’intera rappresentazione della Natività realizzata nelle chiese e nelle case con vari materiali e tecniche. In Toscana, a partire dal Seicento, si usava anche il termine capannuccia per indicare la piccola capanna allestita per la solennità del Natale, ma questa voce è oggi quasi scomparsa.
Nella lessicografia post-unitaria e fino alla prima metà del Novecento, presepe appariva spesso glossato come voce letteraria e poetica, o meno comune rispetto a presepio. La forma presepe in senso “laico” si trova nelle traduzioni settecentesche dell’Odissea di Ippolito Pindemonte e dell’Iliade di Vincenzo Monti, mentre presepio continuava a essere preferito per le rappresentazioni artistiche della Natività, come testimoniano gli scritti di Alessandro Da Morrona e del Vasari.
Oggi entrambe le forme convivono pacificamente nella lingua italiana, con una leggera preferenza per presepe nell’uso quotidiano contemporaneo, ma senza che questo renda presepio scorretto o desueto. La ricchezza della tradizione linguistica italiana permette questa duplicità, eredità di secoli di storia, letteratura e devozione popolare.



