Lo scorso 10 dicembre la cucina italiana è entrata ufficialmente nel patrimonio culturale immateriale UNESCO, un traguardo che ha reso orgoglioso tutto il Paese. Non tutti però hanno brindato alla notizia. Dal Regno Unito è arrivata una stroncatura durissima firmata da Giles Coren, giornalista e critico gastronomico del Times, che ha definito questo riconoscimento “prevedibile, servile, ottuso e irritante”.
Coren, 55 anni e firma nota per il suo stile sarcastico, non ha avuto mezzi termini. Nel suo articolo sostiene che la presunta supremazia della cucina italiana sia un mito inventato dalla borghesia inglese, quella che negli anni Novanta ha iniziato a comprare casali in Toscana quando la Provenza (resa celebre dal libro “Un anno in Provenza” di Peter Mayle) era diventata troppo affollata. Secondo lui, personaggi come Jamie Oliver, Nigella Lawson e Antonio Carluccio avrebbero costruito una favola romantica attorno al cibo italiano.
Il critico britannico racconta di aver visitato l’Italia trovando ristoranti costosi, personale scortese e cibo pessimo. Secondo la sua visione, l’unica cosa mangiabile sarebbe la pizza, “non diversa da quella che trovi a Wolverhampton o negli Stati Uniti”. I supermercati inglesi si sarebbero riempiti di prodotti italiani stereotipati come pomodori secchi e pesto in barattolo, mentre le macchine per fare la pasta vengono usate una volta sola e poi dimenticate in un armadio.
Particolarmente duro l’attacco allo chef Massimo Bottura, il cui ristorante Osteria Francescana è stato premiato come migliore al mondo nel 2016 e 2018. Quando Bottura ha descritto la cucina italiana come “un rito d’amore che unisce il Paese”, Coren ha risposto con sarcasmo citando l’instabilità politica italiana e definendo gli italiani “mangiatori di pasta”.
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A questo punto l’articolo vira completamente nel paradosso. Coren propone la cucina britannica come vera candidata al riconoscimento UNESCO, elencando ironicamente: toast bruciato prima che scatti l’allarme antincendio, colazioni da hotel economici, spaghetti col ketchup, caramelle sciolte dimenticate in auto d’estate, noodles cinesi incollati alla tovaglia, e le salsicce Heinz con fagioli. “Questa sì che è cultura. Altro che pomodori!”, conclude provocatoriamente.
Dopo le polemiche scatenate in Italia, Coren ha chiarito che il suo articolo era volutamente satirico. Il bersaglio reale non era la cucina italiana in sé, ma l’atteggiamento di certi inglesi benestanti che la idealizzano come simbolo di status sociale. “È ridicolo considerare la cucina di un Paese superiore a quella di un altro”, ha spiegato successivamente. “Tutte le cucine hanno pari valore. Ma quando gli inglesi proclamano quella italiana come la migliore assoluta, lo fanno per mostrare ricchezza ed elitarismo, non per amore del cibo”.
Vale la pena sapere che Coren, figlio del celebre umorista Alan Coren, si è costruito una reputazione più come penna provocatoria che come vero critico gastronomico. Nel 2016 finì al centro di una polemica per commenti sprezzanti dopo la morte del collega A.A. Gill, con cui aveva una rivalità personale. Le sue dichiarazioni gli valsero accuse di insensibilità da colleghi e lettori.
Nonostante le provocazioni e il sarcasmo britannico, il riconoscimento UNESCO alla cucina italiana resta un fatto storico che celebra secoli di tradizione culinaria. Come hanno sottolineato molti commentatori italiani, la nostra cucina rappresenta un patrimonio vivo e quotidiano, capace di resistere a qualsiasi critica, per quanto provocatoria possa essere.



