La vigilia di Natale è arrivata con una decisione drastica: il Centro di Alta Preparazione olimpica norvegese ha bloccato l’uso delle maschere ipossiche per tutti gli atleti nazionali. Il provvedimento segue la morte di Sivert Bakken, biatleta 27enne trovato senza vita il 23 dicembre nella sua camera d’albergo al Passo di Lavazè, in Trentino. Quando un compagno di squadra ha bussato alla porta quella mattina, non ha ricevuto risposta. Aveva già tentato la sera prima, credendo che Bakken si fosse semplicemente addormentato presto. La scoperta è stata drammatica: l’atleta indossava una maschera ipossica che copriva bocca e naso.
La Federazione norvegese di biathlon ha dichiarato di non sapere come e quando Bakken avesse acquisito il dispositivo. “Ci sono molte domande ancora senza risposta”, ha spiegato Emilie Nordskar, segretaria generale della federazione. L’autopsia, prevista in questi giorni a Trento, dovrà stabilire se esiste un collegamento diretto tra la morte e l’utilizzo della maschera.
Le maschere ipossiche sono dispositivi che coprono naso e bocca utilizzando valvole speciali per restringere il passaggio dell’aria. Il principio è semplice: rendere più faticoso respirare. Chi le produce sostiene che possano limitare fino a 6-10 volte l’ossigeno che arriva alla bocca, simulando condizioni simili a quelle dell’alta montagna, fino a quote virtuali di 7.500 metri. L’obiettivo dichiarato è allenare la resistenza e potenziare le capacità polmonari, migliorando le prestazioni sportive attraverso lo stress respiratorio. A differenza delle sofisticate camere ipossiche che modificano davvero la composizione dell’aria, la maschera opera in modo meccanico, costringendo semplicemente i muscoli respiratori a lavorare di più.
Il caso presenta elementi delicati. Bakken aveva sofferto di una miocardite (infiammazione del muscolo cardiaco) che lo aveva costretto a fermarsi dall’attività agonistica per due anni, tra i 24 e i 26 anni. Solo recentemente aveva ottenuto il via libera per gareggiare, partecipando a una competizione in Francia pochi giorni prima della tragedia.
La scelta del comitato olimpico norvegese ha un peso particolare: la Norvegia utilizza metodologie di allenamento in ipossia da oltre vent’anni, costruendo persino strutture alberghiere speciali per gli atleti. Tore Øvrebø, direttore del centro OlympiaToppen, ha imposto lo stop immediato, lasciando intuire possibili rischi legati a questi strumenti.
Su piattaforme come Amazon si trovano decine di modelli a prezzi che vanno da 15 a oltre 100 euro, acquistabili da chiunque senza alcuna supervisione medica. Il meccanismo è elementare: una valvola regola il flusso d’aria rendendo più difficoltosa la respirazione. È uno strumento molto diverso dalle tende ipossiche professionali usate dagli atleti d’élite dagli anni Novanta, che ricreano realmente le condizioni di alta quota modificando i livelli di ossigeno nell’ambiente.
La comunità scientifica da tempo guarda a questi dispositivi con forte scetticismo. Studi pubblicati su riviste autorevoli come il Journal of Strength and Conditioning Research e l’European Journal of Applied Physiology documentano risultati poco significativi sulle prestazioni, molto inferiori a quelli dell’allenamento reale in montagna. Le ricerche segnalano inoltre reazioni problematiche: alcuni partecipanti agli esperimenti hanno riportato sensazioni di claustrofobia, confusione e difficoltà respiratorie acute.
Nonostante i dubbi degli esperti, l’uso di queste maschere si è diffuso anche tra corridori amatoriali e frequentatori di palestre, attratti dalla promessa di migliorare le performance. Gli atleti professionisti preferiscono sistemi più avanzati: dormire in strutture ipossiche specializzate in Norvegia, Spagna o Slovenia, oppure utilizzare modulatori di ossigeno complessi come quelli prodotti dall’azienda spagnola Altitude Zone.
L’allenamento in ipossia ha una storia controversa nel mondo dello sport. Negli anni Novanta i ciclisti acquistavano tende ipossiche per ottenere benefici simili all’Epo, l’ormone vietato che aumenta i globuli rossi nel sangue. Queste metodologie non sono considerate doping dalla Wada (l’agenzia mondiale antidoping) e sono vietate solo in Italia dalla legge penale, fino allo scorso anno.
Al momento non è chiaro quale tipo specifico di maschera utilizzasse Bakken. Serviranno i risultati dell’autopsia e ulteriori indagini per comprendere eventuali collegamenti con la tragedia.



