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Home » Salute » Tecnologia » Ha inventato il touch screen, negandolo a Steve Jobs, ora Federico Faggin racconta: “Sono uscito dal corpo, so da dove veniamo”

Ha inventato il touch screen, negandolo a Steve Jobs, ora Federico Faggin racconta: “Sono uscito dal corpo, so da dove veniamo”

Federico Faggin ha creato il microchip e il touch screen. Dopo il successo, ha lasciato tutto per studiare la coscienza e l'origine dell'universo.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino30 Dicembre 2025
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Federico Faggin
Federico Faggin (fonte: YouTube/ Ruggero Romano)

Bill Gates una volta disse che senza Federico Faggin la Silicon Valley sarebbe “una semplice valley”. Non è un’esagerazione: Faggin ha inventato il microprocessore, il cervello elettronico che ha reso possibili computer, smartphone e praticamente ogni dispositivo digitale moderno. Eppure oggi, a 83 anni, questo italiano nato a Vicenza sembra più interessato all’anima che ai chip.

La sua carriera parla da sola. Dal 1968 vive in California, nella valle che porta il nome del silicio, l’elemento chimico che lui stesso ha trasformato in rivoluzione tecnologica. Con il suo team ha miniaturizzato la tecnologia, rendendo possibile l’esistenza di miliardi di dispositivi che usiamo ogni giorno.

Ma c’è un capitolo poco conosciuto: Faggin e i suoi collaboratori hanno inventato il touch screen quando ancora non esisteva nulla su cui utilizzarlo. Ne ha parlato a Candida Morvillo in un’intervista al Corriere della Sera, di nuovo condivisa in queste ore. “Avevamo creato questa tecnologia, ma per cinque o sei anni nessun produttore di telefoni la volle”, ricorda.

Poi arrivò Steve Jobs. Il fondatore di Apple capì subito le potenzialità e chiese l’esclusiva sul brevetto. Faggin rifiutò. Jobs sviluppò allora una versione propria del touch screen e Faggin ne fu felice: “Aveva aperto il mercato, così noi potevamo vendere la nostra tecnologia a tutti gli altri produttori”. Il risultato? Milioni di schermi touch venduti ogni mese.

Tutto cambiò nel 2009. Faggin, all’apice del successo commerciale, abbandonò il mondo della tecnologia. Aveva già iniziato a studiare fisica quantistica e coscienza, e con sua moglie Elvia fondò un istituto di ricerca dedicato a questi temi.

La svolta era avvenuta 19 anni prima, nel 1990, durante una vacanza. Faggin si svegliò nel cuore della notte e visse quella che lui chiama “esperienza di risveglio”. Dal suo petto sentì emanare una potente energia luminosa, un fascio di luce bianca che sembrava viva. Quella luce si espanse fino a riempire la stanza e poi l’intero universo.

“Ho sentito che quella era la sostanza di cui è fatto tutto ciò che esiste”, spiega. “E ho realizzato, con enorme stupore, che quella luce ero io. Anzi, che tutti noi siamo fatti di questo, se ci apriamo alla possibilità di comprenderlo”.

Per uno scienziato abituato a ragionare con dati e prove concrete, un’esperienza del genere potrebbe sembrare un’allucinazione. “Era troppo reale”, risponde Faggin. “Lì ho capito che la vera conoscenza passa attraverso l’esperienza diretta. È come spiegare il sapore di un frutto a chi non l’ha mai assaggiato: impossibile”.

Dopo trent’anni di ricerca spirituale e scientifica, Faggin ha sviluppato una teoria radicale insieme al fisico Giacomo Mauro D’Ariano: la coscienza viene prima della materia, non il contrario. Secondo loro, noi siamo campi quantistici coscienti, e la coscienza ha tutte le caratteristiche di un fenomeno quantistico.

La teoria spiega uno dei grandi misteri della fisica: il collasso della funzione d’onda. I fisici sanno calcolare le probabilità di cosa potrebbe accadere a livello quantistico, ma non possono prevedere cosa accadrà davvero. Per Faggin la risposta è semplice: ogni campo quantistico, essendo cosciente, possiede libero arbitrio e può scegliere.

Una conclusione del genere è difficile da accettare per molti scienziati: “Molti fisici non considerano coscienza e libero arbitrio parte della fisica”, ammette Faggin.

La sua visione prevede che tutto ciò che esiste sia creato da una sorta di “Uno” cosmico — l’universo stesso, dinamico e completo. “Questo Uno vuole conoscere se stesso, ed è per questo che esistono coscienza e libero arbitrio: per conoscere serve essere consapevoli”. Noi saremmo frammenti di questa coscienza universale, ognuno con le stesse proprietà del tutto.

Durante quella prima esperienza mistica, Faggin ebbe un’intuizione: “Io ero sia chi osservava che ciò che veniva osservato. Non c’era separazione tra me e il mondo”. Da qui la sua idea che la realtà sia olografica: ogni parte contiene l’essenza del tutto, come in un ologramma dove ogni frammento riflette l’intera immagine.

Faggin racconta di aver vissuto altri stati alterati di coscienza. In un’occasione ha sentito la propria consapevolezza diffusa ovunque: negli alberi, nel prato, nel cielo. “Ho capito di essere un campo che esiste in ogni luogo”. In un altro episodio la sua coscienza è uscita dal corpo, osservandosi dall’alto. “Ho avuto un po’ di paura e sono stato risucchiato subito dentro”, ammette con un sorriso.

Alcune di queste esperienze le ha vissute praticando l’Holotropic Breathwork, una tecnica di respirazione controllata. “Non ho mai usato sostanze”, precisa.

Per Faggin la conclusione è chiara: l’universo vuole conoscere se stesso attraverso infinite esperienze in forme diverse. Ogni coscienza individuale porta con sé l’essenza del tutto. Una sintesi straordinaria tra tecnologia e spiritualità, tra microchip e misticismo.

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