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Home » Spettacolo » Perché La zona d’interesse ci fa così paura? Tutto “merito” di quel suono spaventoso

Perché La zona d’interesse ci fa così paura? Tutto “merito” di quel suono spaventoso

Il sound designer Johnny Burn ha vinto l'Oscar per il lavoro sonoro ne La zona d'interesse, il film di Jonathan Glazer sull'Olocausto.
RedazioneDi Redazione23 Gennaio 2026
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La zona d'interesse
Sandra Huller in una scena del film (fonte: A24)

Puoi chiudere gli occhi davanti all’orrore, ma non puoi tapparti le orecchie. È questo il principio alla base del capolavoro di Jonathan Glazer, La zona d’interesse, che questa sera Rai3 trasmetterà in prima visione in chiaro, in occasione della Giornata della Memoria. Il film del 2023 è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2014 scritto da Martin Amis, e racconta la vita di Rudolf Höss, il gerarca nazista responsabile del campo di concentramento di Auschwitz, nonché ideatore dell’uso del gas Zyklon B per uccidere milioni di ebrei. L’uomo vive “pacificamente” con la sua famiglia ai margini di un campo di morte, come se la realtà oltre i muri di casa non esistesse. Glazer mostra questo “annullamento” grazie al suono e alla collaborazione di Johnnie Burn, premiato con l’Oscar  (coadiuvato da Tarn Willers al missaggio) e della compositrice Mica Levi.

Nel film non vediamo mai l’orrore del campo di concentramento. Ma lo sentiamo: urla, pianti, scariche di mitra e quel terribile rumore legato all’incessante lavoro dei forni. Burn in un’intervista a BBC Culture racconta:

“Gli effetti del suono sono più viscerali, rispetto a quello che vediamo. Il suono dipinge un quadro che è totalmente personale e lo fa in un modo che ti connette all’inconscio. Non lo puoi razionalizzare come una foto, entra sotto pelle. Puoi gabbare gli occhi di qualcuno, ma non le sue orecchie. Gli occhi reagiscono più lentamente delle orecchie. Puoi rispondere a un suono molto prima che il cervello lo razionalizzi. E questo ti spaventa a morte“.

La zona d'interesse
Una scena del film di Glazer (foto: A24)

Per ricreare i suoni di Auschwitz, Burn ha lavorato su due fronti. Da un lato ha studiato le dichiarazioni dei sopravvissuti, ricchissime di dettagli sonori.

“Le persone parlavano dei rumori del filo spinato elettrico, della musica delle orchestre, dello scalpiccio degli zoccoli di legno“.

Essenziale è stato poi riprodurre il suono delle macchine del campo, un rumore sinistro e totale.

Dall’altro ha ricreato suoni partendo dall’attualità: per le urla realistiche sono state registrate le voci dei protestanti durante le manifestazioni a Parigi degli anni scorsi; per i bagordi notturni delle guardie, voci di uomini ubriachi nella Reeperbahn di Amburgo. Dove possibile si è giocato sull’ambiguità, spingendo lo spettatore a chiedersi se fossero fischi di treno o grida.

Il lavoro di associazione tra suono e immagini è durato circa un anno e mezzo, portando a un risultato eccezionale che ha meritato la statuetta più ambita del cinema.

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