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Home » Salute » Scienza » Chi era Alan Shepard, l’astronauta della NASA che giocò a golf sulla Luna ed entrò nel mito (come la pallina)

Chi era Alan Shepard, l’astronauta della NASA che giocò a golf sulla Luna ed entrò nel mito (come la pallina)

Alan Shepard, primo americano nello spazio, entrò nella storia con un gesto inaspettato: colpire due palline da golf sulla Luna durante l'Apollo 14.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino6 Febbraio 2026
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Shepard gioca a golf sulla Luna
Shepard gioca a golf sulla Luna (fonte: YouTube)

Il 6 febbraio 1971, mentre la missione Apollo 14 procedeva secondo i piani, Alan Shepard decise di fare qualcosa di completamente fuori programma. Con una mazza improvvisata nascosta nella tuta spaziale, trasformò la superficie lunare in un campo da golf. Un momento che avrebbe segnato per sempre l’immaginario collettivo dell’esplorazione spaziale.

Alan Bartlett Shepard Jr., nato a Derry nel New Hampshire il 18 novembre 1923, aveva già conquistato un posto nella storia. Il 5 maggio 1961, a bordo della capsula Freedom 7, era stato il primo americano a volare oltre l’atmosfera terrestre, raggiungendo circa 186 chilometri d’altezza in un volo suborbitale che durò appena 15 minuti. Poche settimane dopo il volo del cosmonauta sovietico Jurij Gagarin, quella missione rappresentò l’inizio della presenza statunitense nello spazio.

Ma fu dieci anni dopo, con l’Apollo 14, che Shepard si conquistò un posto nella leggenda con un gesto del tutto inatteso. L’idea gli era venuta durante una visita del comico Bob Hope, appassionato golfista, al quartier generale della NASA a Houston. “Sono un giocatore di golf, l’idea mi ha affascinato. Che posto incredibile per colpire una pallina”, raccontò in un’intervista nel 1998, pochi mesi prima della morte.

Inizialmente i dirigenti della NASA bocciarono categoricamente la proposta. L’esplorazione spaziale era un’impresa serissima, costata ai contribuenti americani circa 25 miliardi di dollari, e il fallimento della missione Apollo 13 era ancora fresco nella memoria. Ma Shepard non si arrese e, con l’aiuto del maestro di golf Jack Harden, costruì una mazza speciale: una testa di ferro 6 Wilson Staff attaccata a uno strumento telescopico normalmente usato per raccogliere campioni di suolo lunare. La mazza e due palline, nascoste in un calzino, partirono con lui verso la Luna senza comparire nell’inventario ufficiale.

Arrivato sulla superficie del nostro satellite, Shepard si preparò come poteva. La tuta spaziale, pesantissima e ingombrante, non gli permetteva di impugnare la mazza con entrambe le mani, così dovette arrangiarsi usando solo il braccio destro. Prima della missione si era allenato su un campo da golf vicino Houston, provando colpi dalla sabbia con addosso l’intera attrezzatura da astronauta da 90 chili.

Il risultato? Tutt’altro che perfetto. Il primo colpo andò completamente storto, con Shepard che prese “più terra che pallina”, come ammise lui stesso. La seconda e la terza prova non furono molto migliori: una finì in un cratere vicino, un’altra ebbe una traiettoria bassa e deludente. Ma al quarto tentativo, finalmente, riuscì a colpire la seconda pallina in modo pulito. “È andata dritta come un fuso. Eccone un’altra”, esclamò mentre la pallina spariva nella distanza.

Shepard dichiarò entusiasta che la pallina aveva volato per “miglia e miglia e miglia”. Un’esagerazione comprensibile per un golfista soddisfatto del proprio colpo, ma ben lontana dalla realtà. Grazie a Andy Saunders, uno specialista britannico dell’elaborazione di immagini, oggi sappiamo la verità. Nel 2021, Saunders ha restaurato e analizzato i filmati originali della missione, riuscendo finalmente a localizzare entrambe le palline e a calcolare le distanze esatte: la prima percorse circa 24 metri, la seconda circa 37 metri.

Numeri modesti, certo, se paragonati ai 200 metri di media di un golfista dilettante sulla Terra. Ma considerando che Shepard doveva lottare con una tuta spaziale rigida, guanti imbottiti, e poteva usare solo un braccio, il risultato non è poi così male. La gravità lunare, sei volte inferiore a quella terrestre, e l’assenza di atmosfera avrebbero potuto aiutare, ma i limiti fisici dell’equipaggiamento rappresentarono un ostacolo ben più grande.

Quel momento di leggerezza durò solo pochi minuti in una missione lunga e complessa. L’Apollo 14, decollata il 31 gennaio 1971, rappresentò il ritorno di Shepard nello spazio dopo una decade di problemi di salute che lo avevano tenuto a terra. L’equipaggio trascorse 33 ore e mezza sulla superficie lunare, conducendo due lunghe esplorazioni per raccogliere campioni di roccia e svolgere esperimenti scientifici.

Al rientro sulla Terra, il 9 febbraio 1971, il presidente Richard Nixon accolse gli astronauti alla Casa Bianca, definendo scherzosamente Shepard come il primo membro della “distinta categoria dei golfisti lunari”.

La carriera di Shepard prima di diventare astronauta era stata straordinaria. Dopo la laurea all’Accademia navale di Annapolis nel 1944, aveva servito nella Marina durante la Seconda Guerra Mondiale, per poi diventare pilota collaudatore nel 1951. Aveva accumulato oltre 8.000 ore di volo, di cui 3.700 su jet, testando alcuni degli aerei più avanzati dell’epoca. Nell’aprile 1959 fu selezionato come uno dei sette astronauti del programma Mercury, il primo gruppo di pionieri spaziali americani.

Prima del lancio della Freedom 7, mentre aspettava nella capsula, Shepard pronunciò una frase che sarebbe diventata celebre: “Per favore, mio Dio, non farmi fare una ca*zata”. Una preghiera che evidentemente fu ascoltata.

Si ritirò dalla NASA nell’agosto 1974 con il grado di contrammiraglio. Nel 1974 donò la sua mazza lunare all’associazione golfistica americana USGA durante una cerimonia agli U.S. Open, dove oggi è esposta al museo del golf. Shepard morì il 21 luglio 1998 a Pebble Beach, in California, all’età di 74 anni. Le sue ceneri, insieme a quelle della moglie, furono sparse in mare da un elicottero della Marina.

Le due palline da golf rimangono ancora oggi sulla superficie lunare, a 380.000 chilometri dalla Terra. Un piccolo segno dell’umanità che dimostra come, anche nelle imprese più serie e rischiose, ci sia sempre spazio per un momento di gioco. Shepard aveva ragione su una cosa: quella pallina, anche se non volò per miglia, continua a viaggiare nella memoria collettiva da oltre cinquant’anni.

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