Quando un ragazzino americano di sette anni venne ucciso sull’autostrada del Sud Italia nel 1994, nessuno immaginava che la sua tragedia avrebbe cambiato per sempre il modo in cui gli italiani guardano ai trapianti di organi. Nicholas Green dormiva sul sedile posteriore dell’auto mentre i genitori guidavano sulla Salerno-Reggio Calabria, quando dei banditi aprirono il fuoco. La decisione della famiglia di donare i suoi organi sconvolse l’opinione pubblica: improvvisamente, cittadini e istituzioni scoprirono un mondo che fino a quel momento era rimasto nell’ombra. Lo scorso 23 dicembre 2025, all’ospedale Monaldi di Napoli, il piccolo ha ricevuto un cuore che avrebbe dovuto salvargli la vita. Affetto da una grave malattia cardiaca fin dai quattro mesi, aveva aspettato questo momento per due anni. Ma qualcosa è andato storto.
Il cuore, prelevato a Bolzano, ha viaggiato verso Napoli in un contenitore di plastica comune. Secondo le indagini della Procura di Napoli, il problema non sarebbe tanto il tipo di contenitore, ma l’utilizzo di ghiaccio secco al posto di quello tradizionale. Il ghiaccio secco raggiunge temperature di -80 gradi, mentre quello normale resta a -4 gradi: questa differenza avrebbe letteralmente “bruciato” l’organo, compromettendone la funzionalità.

Oggi il bambino è in coma farmacologico, tenuto in vita da una macchina chiamata ECMO che sostituisce le funzioni di cuore e polmoni. Sei persone tra medici e paramedici sono indagate per lesioni colpose. La famiglia cerca disperatamente un nuovo cuore, ma la situazione è complessa: mentre l’ospedale Monaldi lo mantiene in lista trapianti, il Bambino Gesù di Roma ha espresso parere negativo su un nuovo intervento, ritenendo le condizioni del piccolo troppo compromesse.
L’episodio ha fatto registrare un lieve calo nelle sottoscrizioni di donazioni presso l’Aido, l’associazione nazionale donatori. Un segnale preoccupante che rischia di gettare ombre su un sistema che invece rappresenta un’eccellenza italiana.
Prima della storia di Nicholas Green, l’Italia era agli ultimi posti in Europa per donazioni e trapianti. La svolta è arrivata negli anni Novanta, con una serie di riforme che hanno creato una struttura solida e trasparente.
Nel 1993 è stata approvata la legge sull’accertamento della morte, che ha collegato la fine della vita alla cessazione dell’attività cerebrale, togliendo ogni dubbio sulla sicurezza delle procedure. Sei anni dopo, nel 1999, è arrivata la prima legge organica sui trapianti, votata con ampio consenso da tutte le forze politiche.
Da quel momento è stata costruita una rete nazionale di centri specializzati, coordinati tra loro in modo efficiente. “È una delle migliori macchine al mondo, forte di regole chiare e trasparenti”, sottolinea Massimo Rossi, chirurgo al Policlinico Umberto I di Roma. Gli organi vengono assegnati attraverso criteri oggettivi e tracciabili, senza possibilità di favoritismi.

Nel 2024 sono stati eseguiti 4.642 trapianti, con un aumento del 3,9% rispetto all’anno precedente. Di questi, 179 sono stati classificati come urgenza nazionale e 191 hanno riguardato bambini.
I tempi di attesa variano a seconda dell’organo necessario: in media si aspettano 20 mesi per un rene, 11 mesi per il cuore, 3,7 mesi per il fegato. Numeri che possono allungarsi fino a tre anni per pazienti in condizioni particolari. A metà febbraio 2026, 8.560 persone erano in lista d’attesa in tutta Italia.
Per i bambini con urgenza cardiaca, l’attesa media è di 90 giorni, ma può arrivare a 11 mesi per i casi ordinari. Quando in Italia non si trova un donatore compatibile, entra in gioco Foedus, una rete internazionale europea nata proprio su iniziativa italiana nel 2013. Attraverso questo sistema, diciassette paesi si scambiano organi che altrimenti andrebbero sprecati. Attualmente la guida di Foedus è affidata a Giuseppe Feltrin, direttore del Centro nazionale trapianti italiano.
Come funziona il consenso alla donazione
Dare il proprio consenso alla donazione in Italia è semplice. La modalità più diffusa è registrare la propria scelta al momento del rinnovo della carta d’identità in Comune: a febbraio 2026, il 66,1% dei cittadini aveva espresso il proprio consenso attraverso questo canale.
Le alternative sono rivolgersi agli sportelli delle Asl o iscriversi all’Aido, l’Associazione nazionale donatori di organi, che recentemente ha introdotto la possibilità di registrarsi online con Spid e firma digitale. Complessivamente, oltre 25 milioni di italiani hanno manifestato la volontà di donare i propri organi.
Tutti questi dati vengono inseriti in un sistema informatico nazionale consultato automaticamente quando si accerta un decesso nelle rianimazioni ospedaliere. Se non c’è traccia di una volontà espressa, la decisione spetta ai familiari.
Il rischio di perdere fiducia
Il caso del bambino napoletano mette in evidenza quanto possa essere delicato il rapporto tra cittadini e sistema sanitario. Bastano pochi giorni perché le persone comincino a dubitare, come dimostra il calo nelle sottoscrizioni registrato dall’Aido.
Eppure il sistema italiano resta solido e affidabile: le procedure sono rigorose, i controlli esistono, la trasparenza è garantita. Il cardiochirurgo Mariano Feccia lo ribadisce: “È un meccanismo trasparente, sicuro, garantista”. Ma proprio per questo, quando qualcosa non funziona, è fondamentale fare chiarezza rapidamente.



