Era il 13 novembre 1999 quando Satoru Takaba entrò in casa e trovò la moglie Namiko senza vita, uccisa da una coltellata. Accanto al corpo, seduto sul pavimento ancora sporco di sangue, c’era il loro figlio Kohei: aveva solo due anni, era illeso, ma troppo piccolo per raccontare qualcosa di utile alle indagini.
Il caso scosse profondamente l’opinione pubblica giapponese. Le autorità mobilitarono circa centomila agenti, uno degli sforzi investigativi più imponenti del Paese, ma le ricerche non portarono a nulla. Nessun colpevole, nessun movente accertato, nessuna svolta. Il fascicolo restò aperto, ma restò un cold case.
Takaba, rimasto solo con un bambino da crescere, prese allora una decisione che pochi avrebbero avuto il coraggio di prendere: si trasferì in un altro appartamento portando con sé il figlio, ma continuò a pagare regolarmente l’affitto della casa del delitto. Non ci rimise mai piede, ma non lasciò nemmeno che venisse toccata, ripulita o affittata ad altri.
L’obiettivo era uno solo: preservare ogni traccia, ogni superficie, ogni angolo della scena del crimine, nella speranza che la tecnologia del futuro riuscisse dove gli strumenti del 1999 avevano fallito. Nel corso degli anni, quella speranza gli è costata l’equivalente di circa 145.000 dollari in affitti.
Nel frattempo, non si è limitato ad aspettare. Ha distribuito migliaia di volantini, ha rilasciato interviste ai giornali e alle televisioni, ha tenuto viva l’attenzione sul caso. Quando Kohei è cresciuto, anche lui si è unito a questa battaglia silenziosa e tenace.
L’anno scorso, la polizia ha riaperto ufficialmente il caso. Grazie alle tecniche di analisi del DNA ormai incomparabili rispetto a quelle disponibili negli anni Novanta, gli investigatori hanno riesaminato i campioni biologici prelevati dalla scena del crimine, conservata intatta proprio grazie alla determinazione di Takaba.
Il risultato è stato inequivocabile: il profilo genetico corrispondeva a quello di Kumiko Yasufuku, 69 anni, donna fino ad allora mai finita nel mirino degli inquirenti. Arrestata con l’accusa di omicidio volontario, Yasufuku ha confessato. Il movente, emerso dalle sue stesse parole, ha sorpreso tutti: era innamorata di Satoru fin dall’infanzia, e la gelosia per il suo matrimonio con Namiko l’aveva spinta a uccidere. “Allora pagare l’affitto per tutti questi anni valeva la pena”, ha detto l’uomo dopo l’arresto della sospettata
