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Home » Salute » Neurogenesi: perché alcuni cervelli a 80 anni funzionano come a 50

Neurogenesi: perché alcuni cervelli a 80 anni funzionano come a 50

Uno studio su Nature rivela che alcuni over 80 producono il doppio dei neuroni rispetto ai coetanei. Ecco il segreto della loro memoria eccezionale.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene9 Marzo 2026
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persona anziana davanti al PC
persona anziana davanti al PC (fonte. FreePik)

Invecchiare mantenendo una memoria di ferro non è solo questione di fortuna. Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature ha identificato il segreto dei cosiddetti superager, quegli anziani over 80 che mostrano capacità cognitive paragonabili a quelle di persone con 20 o 30 anni in meno: il loro cervello produce nuovi neuroni a ritmi eccezionalmente elevati, il doppio rispetto ai coetanei sani.

La ricerca, frutto della collaborazione tra l’Università dell’Illinois a Chicago, la Northwestern University e l’Università di Washington, si è concentrata sulla neurogenesi nell’ippocampo, quella regione cerebrale fondamentale per la memoria e la regolazione dell’umore. Se un tempo si credeva che la formazione di nuovi neuroni fosse un fenomeno esclusivo dell’infanzia, studi recenti hanno dimostrato che può continuare anche in età adulta, seppure a ritmi molto bassi.

Per comprendere cosa renda speciali i cervelli dei superager, gli scienziati hanno analizzato campioni cerebrali di donatori di 80 anni o più, suddivisi in cinque gruppi distinti: giovani adulti sani, anziani sani, anziani con memoria eccezionale (i superager), persone con demenza lieve o precoce e pazienti con malattia di Alzheimer. L’obiettivo era cercare i segni della neurogenesi adulta a diversi stadi di sviluppo.

Come ha spiegato Orly Lazarov, prima autrice dello studio, i ricercatori hanno cercato tre fasi specifiche della neurogenesi: le cellule staminali (con il potenziale di evolversi in neuroni), i neuroblasti (cellule staminali sul punto di diventare neuroni) e i neuroni immaturi, quasi pronti a diventare funzionali. In pratica, tre stadi paragonabili a neonato, bambino piccolo e adolescente nel percorso di maturazione neuronale.

I risultati hanno rivelato un contrasto sorprendente. Nei superager la neurogenesi risultava molto più accentuata, con una produzione di neuroni doppia rispetto agli altri adulti sani della stessa età. Questo potrebbe spiegare la loro memoria eccezionale e le prestazioni cognitive superiori. All’estremo opposto, nel cervello di chi manifestava un declino cognitivo lieve la neurogenesi appariva minima, mentre nei pazienti con diagnosi di Alzheimer la produzione di nuovi neuroni era praticamente nulla.

La scoperta non si è fermata alla quantità di neuroni prodotti: i ricercatori hanno osservato che i nuovi neuroni mostravano modalità diverse di risposta ai cambiamenti ambientali a livello di regolazione dell’espressione genica, a seconda della salute cognitiva del cervello analizzato. Questo suggerisce che non conta solo quanti neuroni nascono, ma anche come questi si integrano e funzionano nel tessuto cerebrale esistente.

persona anziana che si allena
persona anziana che si allena (fonte: Unsplash)

Comprendere perché alcuni cervelli invecchino in modo più sano di altri rappresenta una frontiera cruciale delle neuroscienze. Le implicazioni pratiche di questa ricerca potrebbero portare allo sviluppo di nuove terapie per contrastare l’Alzheimer e costruire una maggiore resistenza cerebrale all’invecchiamento. Il prossimo passo degli scienziati sarà capire in che modo fattori ambientali modificabili, come la dieta o l’esercizio fisico, interagiscano con i processi di neurogenesi.

Tra le attività che la ricerca scientifica ha già collegato a un invecchiamento cerebrale più sano figurano l’esercizio fisico regolare, anche moderato come mezz’ora di camminata al giorno, e le attività di stimolazione mentale come la lettura, i cruciverba e l’apprendimento continuo. Anche una vita sessuale attiva sembra avere effetti protettivi: uno studio inglese su persone tra i 50 e gli 83 anni ha dimostrato che chi mantiene rapporti a frequenza settimanale ottiene risultati migliori nei test cognitivi rispetto a chi ha smesso.

Il sonno rappresenta un altro fattore cruciale: dalle 8 ore di riposo notturno fino al riposino diurno dopo i 65 anni, dormire bene abbassa il rischio di demenze nei 10 anni successivi. Anche il coinvolgimento sociale costante, vedere amici e famiglia, coltivare hobby e partecipare ad attività di gruppo si è rivelato un elisir per le funzioni cerebrali. Più se ne fanno, più l’eventuale declino cognitivo rallenta.

La ricerca sui superager conferma che il cervello adulto mantiene una plasticità sorprendente e che la neurogenesi non si ferma con l’età, almeno in alcuni individui fortunati. Scoprire come favorire questo processo naturale potrebbe trasformare il modo in cui affrontiamo l’invecchiamento, trasformando anni guadagnati in vita vissuta pienamente, con una mente lucida e reattiva.

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