I vaccini a mRNA contro il cancro stanno entrando nelle fasi più avanzate della sperimentazione clinica, con oltre 230 trial attivi in tutto il mondo rivolti a 20 tipi diversi di tumore. Al congresso dell’American Association for Cancer Research tenutosi a San Diego sono stati presentati nuovi dati che confermano l’efficacia di questa tecnologia, in particolare contro alcune delle forme oncologiche più difficili da trattare. Il National Cancer Institute americano ha stanziato 200 milioni di dollari specificamente per lo sviluppo di vaccini antitumorali, con i trattamenti a mRNA al centro di quel programma.
Per capire cosa distingue un vaccino a mRNA oncologico da quello anti-Covid, occorre partire da una differenza fondamentale di obiettivo. I vaccini contro il Coronavirus erano preventivi: istruivano il sistema immunitario a riconoscere un agente esterno prima che entrasse nell’organismo. Nel caso del cancro, invece, si parla di vaccini terapeutici, destinati a pazienti già malati. Il sistema immunitario deve imparare a riconoscere come estranee le cellule tumorali, che derivano dai tessuti propri del paziente e per questo tendono a sfuggire alle difese naturali dell’organismo. La sfida biologica è considerevolmente più complessa rispetto a quella affrontata nella lotta alle infezioni virali.

La tecnologia dell’mRNA, molecola a singolo filamento che trasporta istruzioni genetiche dal DNA ai meccanismi cellulari preposti alla sintesi proteica, si è dimostrata particolarmente adatta a questo compito per la sua velocità e flessibilità. BioNTech, la casa farmaceutica tedesca che ha sviluppato il vaccino anti-Covid per Pfizer, stava lavorando su questa piattaforma per applicazioni oncologiche da quasi un decennio prima che la pandemia portasse la tecnologia all’attenzione del grande pubblico.
I risultati più solidi riguardano il melanoma. Lo studio KEYNOTE-942, condotto da Moderna e MSD, ha dimostrato che il vaccino personalizzato mRNA-4157, somministrato in combinazione con il farmaco immunoterapico pembrolizumab, ha ridotto il rischio di recidiva o di morte del 44% nei pazienti operati chirurgicamente per melanoma in stadio III o IV ad alto rischio. I dati sono stati giudicati sufficientemente robusti per avviare una sperimentazione di fase 3, attualmente in corso. Le stesse aziende stanno testando la medesima combinazione anche contro il tumore del polmone non a piccole cellule, il cancro alla vescica e il carcinoma a cellule renali.
Sul fronte del tumore del pancreas, da sempre considerato tra le neoplasie più resistenti a qualsiasi terapia, uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha mostrato che il vaccino personalizzato BNT-122 di BioNTech, associato a immunoterapia e chemioterapia, ha indotto una risposta immunitaria significativa in 8 pazienti su 16 trattati. Di questi otto, sette risultano in vita e senza evidenza di malattia a sei anni dall’inizio del trial. Tra i pazienti che non avevano sviluppato una risposta immunitaria al vaccino, le recidive erano state invece sette su otto.
Accanto ai vaccini personalizzati, che richiedono settimane per essere prodotti a partire dalle cellule tumorali del singolo paziente, si sta sviluppando una seconda categoria definita “off the shelf”, ovvero standardizzata e non su misura. Il vaccino BNT111 di BioNTech, che bersaglia quattro antigeni comuni alla maggior parte dei melanomi, ha mostrato di poter raddoppiare il tasso di risposta nei pazienti con melanoma avanzato resistente ai trattamenti standard, sia in combinazione con immunoterapici che da solo. L’obiettivo di questi vaccini generici è accelerare i tempi di accesso alla terapia e ridurne i costi, con la prospettiva che le due categorie possano in futuro integrarsi: un vaccino standard subito dopo la diagnosi, uno personalizzato in una fase successiva del trattamento.
Un’ulteriore direzione di ricerca ha rivelato un effetto inatteso. Uno studio condotto al MD Anderson Cancer Center ha analizzato i dati di oltre mille pazienti oncologici trattati con inibitori dei checkpoint immunitari, scoprendo che chi aveva ricevuto un vaccino a mRNA anti-Covid entro cento giorni dall’inizio della terapia mostrava risposte significativamente migliori ai farmaci. Nei pazienti con tumore al polmone la sopravvivenza era quasi doppia rispetto ai non vaccinati. I ricercatori ipotizzano che qualsiasi vaccino a mRNA possa funzionare come un segnale d’allerta generale per il sistema immunitario, rendendolo più reattivo anche contro i tumori.
Il principale ostacolo al progresso di questa ricerca non è scientifico, ma politico. Nei primi tre mesi del 2025, l’amministrazione Trump ha ridotto del 31% i finanziamenti al National Cancer Institute e congelato 22 progetti dedicati ai vaccini a mRNA per un valore complessivo di 500 milioni di dollari. In Europa e in Italia, tuttavia, l’interesse istituzionale per questa tecnologia è in crescita, e i trial già in corso con finanziamento privato da parte di Moderna, Merck e BioNTech continuano senza interruzioni.
