Questa mattina un drone ha centrato un hangar nella base di Ali Al Salem, in Kuwait, distruggendo il velivolo a pilotaggio remoto MQ-9A “Predator” della Task Force Air italiana. È il terzo attacco alla stessa installazione in meno di tre settimane. L’MQ-9A “Predator” del Task Group “Araba Fenice” è il principale strumento di sorveglianza aerea del contingente italiano in Medio Oriente. Il velivolo è andato completamente distrutto. Per fortuna, al momento dell’impatto tutto il personale era già stato messo al sicuro: nessun ferito tra i militari italiani.
L’MQ-9A è un drone a medio-alta quota e lunga autonomia, prodotto dalla società statunitense General Atomics. Rispetto a un aereo convenzionale, vola senza pilota a bordo e può restare in quota per periodi straordinariamente lunghi: l’autonomia supera le 24 ore di volo continuativo, con un soffitto operativo di circa 15.000 metri. Non è armato nella versione impiegata dall’Italia, ma è dotato di sensori elettro-ottici e infrarossi di ultima generazione che consentono di osservare il territorio in ogni condizione di luce e di raccogliere dati di intelligence in tempo reale, trasmettendoli ai comandi della coalizione e alle unità sul terreno.

In pratica, il Predator è gli occhi della coalizione: vede per primo, in anticipo e da lontano. Grazie a questo strumento, i militari possono monitorare spostamenti sospetti, identificare obiettivi, supportare operazioni anti-jihadiste contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria e proteggere le popolazioni civili. Ogni missione aerea tradizionale parte spesso proprio dalle informazioni raccolte dal drone.
Nei giorni precedenti all’attacco, lo Stato Maggiore della Difesa aveva già disposto un alleggerimento del dispositivo italiano ad Ali Al Salem, riducendo il numero di militari presenti in risposta al deterioramento del quadro di sicurezza nell’area. Eppure il Predator era rimasto schierato. Il motivo è funzionale: senza quel velivolo, la continuità delle operazioni di sorveglianza sarebbe venuta meno. Come ha dichiarato su X il capo di Stato Maggiore, generale Luciano Portolano, si trattava di “un assetto indispensabile per lo svolgimento delle attività operative”.
Il costo della perdita non è trascurabile. Il solo velivolo vale circa 30 milioni di dollari; includendo sensori, sistemi di comunicazione e le infrastrutture di controllo a terra, la cifra può superare i 35 milioni di dollari. Una perdita economicamente rilevante, ma soprattutto operativa: rimpiazzare un Predator non è questione di giorni.
Quello di oggi non è un episodio isolato. La base di Ali Al Salem è finita nel mirino per la prima volta il 28 febbraio, giorno in cui è scattata l’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il secondo attacco è arrivato nella notte tra il 4 e il 5 marzo, prendendo di mira i depositi di carburante e provocando un vasto incendio, senza feriti tra i militari italiani. Oggi, domenica 15 marzo, è arrivato il terzo colpo, il più preciso, perché ha distrutto un mezzo e non solo un’infrastruttura.
Ali Al Salem è uno dei principali hub operativi della coalizione internazionale nel Golfo Persico. Dalla stessa base operano anche assetti americani e di altri Paesi alleati impegnati nella sicurezza regionale. La presenza italiana rientra nell’ambito dell’Operazione Prima Parthica, avviata il 17 ottobre 2014 con l’obiettivo di contrastare lo Stato Islamico. Oltre al Task Group «Araba Fenice» con i Predator, nella stessa struttura opera il Task Group «Typhoon», equipaggiato con i caccia F-2000A Eurofighter, dedicati alla sorveglianza armata e alla difesa aerea. Due di questi ultimi avevano già riportato danni da schegge nei precedenti attacchi.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha informato dell’accaduto i leader dell’opposizione. Tajani, dal canto suo, ha già annunciato che il dossier approderà sul tavolo del Consiglio Affari esteri dell’Unione europea, in programma lunedì a Bruxelles, con una richiesta di posizione comune europea sull’escalation in atto in Medio Oriente.



