L’uso medico della cannabis è in costante crescita in molti paesi occidentali – USA, Canada e Australia in testa – e sempre più pazienti la scelgono per gestire ansia, disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e problemi di sonno. Ma le prove scientifiche reggono davvero il peso di queste aspettative? Secondo una grande revisione appena pubblicata su The Lancet, la risposta è: per lo più no.
La più ampia analisi mai realizzata sul tema, basata su 54 studi clinici randomizzati condotti tra il 1980 e il 2025, conclude che non esistono prove solide a sostegno dell’efficacia della cannabis terapeutica nel trattamento di disturbi mentali come depressione, ansia e PTSD. I ricercatori hanno coinvolto complessivamente 2.477 partecipanti.
Il messaggio del responsabile dello studio, Jack Wilson dell’Università di Sydney, è misurato ma chiaro: qualcuno potrebbe trarne benefici reali, ma guardando all’insieme delle evidenze disponibili, non emerge un quadro sufficiente a giustificarne l’uso routinario in psichiatria.

Tra i possibili effetti negativi figurano un aumento dei sintomi psicotici, il rischio di sviluppare un disturbo da uso di cannabis e il ritardo nell’accesso a trattamenti più efficaci e validati. In altre parole, affidarsi a una terapia non supportata da prove può significare perdere tempo prezioso.
La revisione non è una condanna senza appello. Alcune eccezioni emergono: la combinazione di CBD e THC si è dimostrata utile nel ridurre i sintomi da astinenza e il consumo complessivo in chi soffre di disturbo da uso di cannabis. I cannabinoidi mostrano anche risultati incoraggianti nella riduzione dei tic nella sindrome di Tourette. Si registrano, inoltre, miglioramenti in alcuni tratti dell’autismo e un aumento del tempo di sonno nei pazienti con insonnia — ma la qualità delle prove in questi casi rimane bassa.
Un dato che colpisce: non esiste ad oggi nessuno studio clinico randomizzato che valuti i cannabinoidi per la depressione, una lacuna enorme considerando quanto sia diffuso il ricorso alla cannabis proprio per questo motivo. Il messaggio finale degli autori è univoco: sono necessari trial clinici di qualità superiore, con campioni più ampi e rappresentativi. Questo vale soprattutto per le condizioni che dispongono di poche alternative terapeutiche. Nel frattempo, medici e pazienti farebbero bene a non anticipare la scienza.



