Il 24 marzo 1926 nasceva a Sangiano, in provincia di Varese, Dario Luigi Angelo Fo. Un uomo di teatro a tutto tondo, drammaturgo, attore, regista, pittore, scenografo, comico, che avrebbe lasciato un segno indelebile nella cultura italiana e mondiale. Nel 1997, l’Accademia svedese gli assegnò il Premio Nobel per la letteratura con una motivazione rimasta celebre: si era ispirato ai giullari medievali per deridere il potere e restituire dignità agli oppressi.
Fo crebbe in una famiglia intellettualmente vivace: il padre era capostazione e attore amatoriale, il nonno materno un narratore instancabile di storie locali. Furono proprio quegli affabulatori di paese, con la loro capacità di mescolare cronaca e fantasia, a plasmare il futuro artista. Sangiano, che lui stesso descrisse come un paese «di contrabbandieri e pescatori di frodo», gli insegnò che chi usa la fantasia per trasgredire le regole ne conserva sempre una buona dose per sé e per gli altri.
Dopo il diploma in pittura all’Accademia di Brera, dal 1950 Fo cominciò a lavorare per la Rai come autore di testi satirici. Sposò nel 1954 l’attrice Franca Rame, sua compagna di vita e di scena per decenni. Insieme fondarono la Compagnia Dario Fo-Franca Rame, che produsse alcuni dei lavori più irriverenti del teatro italiano del Novecento. Quando la censura televisiva intervenne troppo spesso sui loro lavori per il programma Canzonissima, la coppia abbandonò definitivamente la televisione in favore del teatro e di luoghi alternativi come piazze, fabbriche e case del popolo, dove il pubblico era quello delle classi lavoratrici.

Tra le intuizioni più geniali di Fo c’è il grammelot: un linguaggio teatrale fatto di suoni che imitano il ritmo e l’intonazione di una o più lingue reali, senza essere nessuna di esse. Lo utilizzò in modo magistrale in Mistero buffo, portato in scena per la prima volta il 1° ottobre 1969 a Sestri Levante. In questo spettacolo, di cui Fo era unico interprete, rielaborò testi antichi attraverso un misto dei dialetti della Pianura Padana, costruendo una satira tanto divertente quanto tagliente. Mistero buffo divenne il modello di quello che la critica avrebbe poi chiamato «teatro di narrazione».
Nel 1970 scrisse Morte accidentale di un anarchico, ispirata alla morte di Giuseppe Pinelli durante gli interrogatori seguiti alla strage di piazza Fontana. Il protagonista, il Matto, figura ricorrente nel teatro di Fo, smonta la versione ufficiale dei fatti attraverso una serie di travestimenti esilaranti, rivelando le contraddizioni del potere. Negli anni successivi Fo non smise mai di puntare il dito: contro i governi Berlusconi con L’anomalo bicefalo, contro l’ipocrisia della politica e della Chiesa, fino a scendere in campo direttamente, nel 2006, candidandosi alle primarie del centrosinistra per la carica di sindaco di Milano, dove ottenne il 23,3% dei consensi.
La notizia del Premio Nobel per la letteratura, assegnato il 9 ottobre 1997, raggiunse Fo in modo quasi teatrale: era sull’autostrada A1 insieme ad Ambra Angiolini per la registrazione di un programma televisivo, quando un’automobile si affiancò alla loro mostrando un cartello con scritto “Hai vinto il Nobel”. Era il primo drammaturgo italiano a ricevere il riconoscimento dagli anni Trenta, quando lo aveva ottenuto Luigi Pirandello. La scelta divise il mondo letterario: Umberto Eco si disse contento che fosse premiato un autore lontano dal mondo accademico, altri come Mario Luzi la definirono “un’intenzione anti-letteraria”.
Il giullare che non si fermava mai
Fino agli ultimi anni di vita, Fo continuò a scrivere, dipingere, insegnare. Nel 2012, per il suo ottantaseiesimo compleanno, inaugurò a Palazzo Reale di Milano una mostra con oltre 400 opere. Nel 2014 pubblicò il suo primo romanzo, La figlia del Papa, ispirato a Lucrezia Borgia. Morì il 13 ottobre 2016 all’ospedale Luigi Sacco di Milano, a 90 anni, per una crisi respiratoria. Oggi riposa nella Cripta del Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, sopra la tomba di Franca Rame.
Cento anni dopo la nascita, il suo teatro vive ancora, nei testi tradotti in tutto il mondo, nelle regie d’opera, nei monologhi che continuano a essere portati in scena. Come ogni buon giullare, Dario Fo ha fatto in modo che la risata sopravvivesse al potere.



