L’11 luglio 1963, nella sua casa di Genova, Gino Paoli, scomparso oggi, puntò una Derringer calibro 5 al cuore e premette il grilletto. Aveva 28 anni, era al vertice del successo, e proprio per questo motivo, racconta lui stesso, non sentiva più nulla. La pallottola non raggiunse il miocardio, ma si incastrò nel pericardio. I medici la lasciarono lì, dov’era. E lì rimase per tutta la vita.
Nella sua autobiografia Cosa farò da grande. I miei primi 90 anni, scritta con Daniele Bresciani e pubblicata da Bompiani, Paoli ricostruisce con lucidità il momento in cui decise di togliersi la vita. “Sapore di sale” era in cima a tutte le classifiche. La casa più bella di Genova era la sua. Due delle donne più celebri d’Italia erano innamorate di lui. Eppure, a meno di trent’anni, aveva l’impressione di aver già visto tutto e che non restasse nulla da guardare.
La versione più diffusa, le difficoltà sentimentali, il triangolo con Ornella Vanoni e Stefania Sandrelli mentre era ancora sposato con la prima moglie Anna, non convince del tutto nemmeno lui. Paoli indica un’altra radice, più profonda e meno raccontata: il senso di colpa per un incidente stradale avvenuto dieci mesi prima, il 20 settembre 1962, in cui morì un amico carissimo.

Erano in cinque in macchina, di notte. Paoli era al volante, il giornalista e autore televisivo Arnaldo Bagnasco seduto accanto a lui. Sul sedile posteriore, tre amici: Giulio Frezza, Giovanni Battista delle Piane detto Ruccoli, e Victor Van der Faber, musicista, soprannominato Pitt. Nel tentativo di sorpassare un camion lento, Paoli si trovò davanti i fari di un’Alfa Romeo in senso contrario. L’impatto fu inevitabile. Tre passeggeri furono sbalzati fuori dall’abitacolo. Pitt, trovato al bordo del marciapiede, sembrava svenuto. Una suora infermiera sull’ambulanza disse ad Arnaldo la verità: quel ragazzo era morto.
Bagnasco ricorda di aver letto la notizia del tentato suicidio di Paoli sui giornali olandesi dieci mesi dopo, mentre si trovava ad Amsterdam per lavoro. Ripensò subito a quella notte. Paoli, nell’autobiografia, gli dà in parte ragione.
Quella sera del luglio 1963 la moglie Anna era uscita. Paoli tentò prima con i barbiturici, ne ingoiò una decina, innaffiati con del calvados, senza effetto. Poi valutò di buttarsi dalla finestra, ma l’immagine della madre che lo avrebbe trovato sul marciapiede lo fermò. Alla fine scelse le pistole. Ne aveva due. Per decidere quale usare, sparò entrambe su un vocabolario voluminoso per misurare la penetrazione. La Derringer calibro 5, con la canna lunga, risultò quella giusta. Un ultimo colpo sul materasso per sicurezza. Poi si sdraiò sul letto, puntò l’arma al cuore e sparò.
Fu trovato da Giovanni Battista sul letto, coperto di sangue e con gli occhiali neri spezzati. All’ospedale San Martino di Genova i medici fecero fatica a stabilizzarlo, anche perché ignoravano la quantità di sonnifero ingerita. Al capezzale arrivarono Umberto Bindi, Teddy Reno, Rita Pavone, e Ornella Vanoni, di notte, per non attirare i fotografi. Venne anche Luigi Tenco, che non riusciva a darsi pace e continuava a ripetere: “Non si fa, Gino, non si fa”. Paoli avrebbe ricordato quelle parole qualche anno dopo, quando Tenco si sparò a Sanremo nel 1967.
Uno dei più autorevoli cardiologi dell’epoca spiegò a Paoli, una volta sveglio, che il proiettile, contrariamente a quanto lui stesso ha sempre dichiarato, non aveva perforato il miocardio, ma si era fermato nel mediastino, a ridosso del pericardio. Un punto anatomicamente delicato: l’estrazione sarebbe stata più pericolosa della pallottola stessa. La soluzione fu lasciarla lì. Prescrizione medica: vita regolare, niente alcol, niente sforzi eccessivi, niente attività sentimentali intense.
Paoli seguì le indicazioni mediche a modo suo: nei decenni successivi non rinunciò a donne, whisky, sigarette Marlboro, venti anni di eccessi quotidiani, per sua stessa ammissione, e soprattutto a un’attività che un cardiologo avrebbe vietato senza esitazione: le immersioni in apnea. Ogni anno andava a stringere la mano alla statua del Cristo degli Abissi nella baia di San Fruttuoso, tra Camogli e Portofino, a sedici metri di profondità.
Con l’ironia che lo contraddistingueva, Paoli sosteneva che con il tempo la pallottola si era persino arrugginita al punto da non far più suonare i metal detector negli aeroporti. “Io e lei siamo ancora qui”, scriveva.
Alla soglia dei novant’anni, in un’intervista rilasciata all’ANSA nel settembre 2024, Paoli aveva ammesso di non aver mai immaginato di poter arrivare a quell’età. Al giovane di 28 anni che aveva premuto il grilletto non avrebbe detto nulla, perché, spiegava, “con la testa che aveva, non avrebbe ascoltato”. Quello che restava, dopo tutto, era la convinzione che il suicidio sia «solo un modo arrogante di fare una scelta definitiva nel momento in cui si può scegliere poco». E che la vita, quella che credeva di aver già esaurita, meritasse invece di essere vissuta.



