Uno studio internazionale condotto tra l’Università Federico II di Napoli e l’Università di Cluj-Napoca ha dimostrato che la presenza dei cani in carcere riduce drasticamente gli episodi di autolesionismo e le aggressioni tra i detenuti. La ricerca, durata un anno, ha monitorato l’interazione tra i reclusi e tre cani selezionati, evidenziando un miglioramento della stabilità emotiva dei partecipanti senza causare stress agli animali. Questo intervento assistito ha confermato che il legame uomo-animale può invertire la tendenza nazionale all’aumento delle criticità negli istituti penitenziari, offrendo ai detenuti una forma di comunicazione non giudicante.
Non tutti i cani possono affrontare la complessità emotiva di una struttura carceraria. Per questo motivo, il team di ricerca ha selezionato tre esemplari con caratteristiche specifiche: Dea, una Golden Retriever dall’energia equilibrata; Polly, un’Irish Setter estremamente dolce; e Belka, una Border Collie caratterizzata da una spiccata capacità di collaborazione. La scelta non si è basata sulla semplice obbedienza, ma sulla resilienza e sulla stabilità emotiva, misurando la loro capacità di gestire la frustrazione e le situazioni impreviste.
Il benessere degli animali è stato il pilastro centrale del progetto. Attraverso monitoraggi costanti condotti in tre fasi dell’anno, i veterinari hanno verificato che i cani mantenessero livelli di stress nella norma. Grazie a turni settimanali e spazi ampi, le tre protagoniste hanno vissuto l’esperienza come un’attività stimolante, diventando vere e proprie partner relazionali piuttosto che semplici strumenti terapeutici.
Il programma ha seguito un percorso graduale, partendo dalla reciproca conoscenza fino ad arrivare all’arteterapia. Durante queste sessioni, i detenuti venivano invitati a disegnare o modellare l’argilla prendendo come soggetto proprio il cane al loro fianco. È in questo contesto che i ricercatori hanno osservato i cambiamenti più profondi: uomini abituati a nascondere ogni vulnerabilità hanno iniziato a esprimere sentimenti complessi attraverso la rappresentazione del muso di Dea o della calma di Polly.

Il cane ha funzionato come un ponte comunicativo sicuro. In un ambiente dove ogni parola può essere usata contro di sé, l’animale offre un’accettazione totale e priva di pregiudizi. Questo “specchio emotivo” ha permesso ai detenuti di sperimentare una regolazione dei propri stati d’animo: se il conduttore mostrava agitazione, il cane si allontanava, costringendo l’uomo a ritrovare la calma interiore per ristabilire il contatto.
I dati raccolti al termine dello studio sono sorprendenti, specialmente perché riguardano sezioni speciali dove erano reclusi soggetti con storie di violenza e atti critici ricorrenti. Mentre le statistiche nazionali mostravano un incremento di suicidi e scontri nelle carceri, il gruppo coinvolto nel progetto ha registrato una diminuzione significativa degli eventi negativi.
L’aspetto più curioso e toccante è stata la trasformazione comportamentale dei detenuti: persone con passati difficili hanno mostrato una pazienza inaspettata, inginocchiandosi per non spaventare gli animali e preoccupandosi costantemente delle loro necessità fisiche, come la sete o il riposo. Prendersi cura di un altro essere vivente ha riacceso in loro la capacità di essere gentili, mettendo in secondo piano i propri bisogni. In definitiva, lo studio sottolinea che, proteggendo il benessere del cane, si creano le condizioni affinché l’uomo possa riscoprire la propria umanità, imparando una forma di responsabilità relazionale che nessun manuale potrebbe insegnare dietro le sbarre.



