L’equipaggio della missione Artemis II, al via il primo aprile 2’26, non indosserà le classiche divise bianche durante il lancio, ma utilizzerà l’innovativo Orion Crew Survival System (OCSS) di un acceso colore arancione. Questa scelta cromatica e tecnica, dettata da rigorosi protocolli di sicurezza, è fondamentale per garantire la rintracciabilità degli astronauti in caso di ammaraggio d’emergenza nell’oceano. La tuta è progettata per sostenere la vita dei quattro esploratori per sei giorni consecutivi, offrendo protezione totale anche in scenari di improvvisa depressurizzazione della capsula Orion.
Visualizza questo post su Instagram
L’immagine collettiva dello sbarco sul satellite è legata al bianco candido delle missioni Apollo, ma quella tonalità è riservata esclusivamente alle passeggiate lunari per riflettere la radiazione solare. Per le fasi critiche del decollo e del rientro atmosferico, la NASA ha optato per l’arancione internazionale. Questa specifica gradazione, che vira leggermente verso il rosso, offre il massimo contrasto visibile contro il blu profondo del mare. Se la capsula Orion dovesse effettuare un rientro non previsto, i soccorritori potrebbero individuare istantaneamente gli astronauti in acqua.
Sviluppata presso il Johnson Space Center, la OCSS non è un semplice indumento, ma un vero e proprio sistema di sopravvivenza miniaturizzato. Rispetto alle vecchie tute utilizzate nell’era dello Space Shuttle, questo modello introduce innovazioni sartoriali e ingegneristiche senza precedenti:
-
materiali ignifughi: lo strato esterno è composto da tessuti resistenti al fuoco di ultima generazione;
-
gestione termica: sotto la tuta, l’equipaggio indossa capi tecnici dotati di ventilazione avanzata per mantenere la temperatura corporea costante durante le ore di attesa in rampa di lancio;
-
guanti Touchscreen: per la prima volta, i guanti sono progettati per interagire con i moderni schermi digitali della cabina Orion, senza sacrificare la robustezza;
-
casco intelligente: più leggero dei predecessori, include sistemi di comunicazione potenziati e una valvola per l’idratazione che permette di bere senza dover rimuovere la protezione.
La caratteristica più sbalorditiva della OCSS, oltre al colore arancione che punta sullo stesso principio visibilità del Golden Gate Bridge o la Tokyo Tower, riguarda la gestione delle emergenze estreme. Se la navicella Orion dovesse subire una falla o una perdita di abitabilità, la tuta si sigilla diventando una cellula di sopravvivenza autonoma. In collegamento con i sistemi di bordo, è in grado di fornire pressione costante, ossigeno e rimozione dell’anidride carbonica per ben 144 ore consecutive. Questo margine di tempo è calcolato per permettere all’equipaggio di tentare un rientro d’emergenza sulla Terra o stabilizzare la situazione senza soccombere al vuoto cosmico.
A differenza delle vecchie taglie standard (S, M, L), ogni tuta Artemis II è realizzata su misura per il singolo astronauta. Questo approccio garantisce che, sotto le tremende accelerazioni del lancio (che possono arrivare a picchi di 19 g in fase di test), il corpo sia sostenuto correttamente e la mobilità non venga compromessa.
I test di validazione sono stati brutali: la NASA ha utilizzato il manichino “Moonikin Campos” durante la missione Artemis I per raccogliere dati sui sensori d’urto, simulando ammaraggi violenti e accelerazioni estreme. Solo dopo aver superato queste prove, gli astronauti hanno iniziato le esercitazioni pratiche al Kennedy Space Center, testando la risposta della tuta a malfunzionamenti simulati dei ventilatori e perdite d’aria simulate in tempo reale.
Queste tute arancioni rappresentano il culmine di decenni di lezioni apprese. Ogni cucitura e ogni valvola sono il frutto di successi e fallimenti passati. Quando i motori del razzo SLS si accenderanno, quell’arancione brillante non sarà solo un vezzo estetico, ma lo scudo tecnologico che permetterà all’umanità di compiere il prossimo, grande passo verso la Luna.



