Ogni anno, puntuale come il calendario, il coniglio pasquale torna a invadere vetrine, pubblicità e cestini di cioccolato. Eppure con la resurrezione di Cristo non ha praticamente nulla a che fare. Le sue origini affondano in un passato precristiano, pagano, e in alcune zone geografiche ben precise, attraverso un percorso che mescolava dee germaniche, lepri sacre e immigrati tedeschi in America. La storia è molto più antica e intrecciata di quanto si pensi.
Tutto parte dalla lepre, non dal coniglio. Nella prima menzione scritta della tradizione, risalente al 1682 e attribuita al medico tedesco Georg Franck von Franckenau nel suo trattato sulle uova pasquali, sono i bambini a cercare uova colorate deposte da una lepre, in quello che riconosciamo perfettamente come il precursore della moderna caccia alle uova. Ma già prima, in un testo del 1572, si trova un’allusione alla stessa creatura. La lepre, nell’Europa settentrionale, era da secoli un animale carico di significato: veniva sepolta accanto agli esseri umani già in epoca neolitica, e Giulio Cesare annotò nel 51 avanti Cristo che in Britannia non veniva mangiata per ragioni religiose.
Il legame tra questo animale e la primavera passa attraverso una figura avvolta nel mistero: Eostre, dea anglosassone citata nell’VIII secolo dal monaco Beda il Venerabile, il quale annotò che in Inghilterra il mese di aprile si chiamava Eosturmonath in suo onore e che una festa pagana primaverile a lei dedicata era stata assorbita nella celebrazione cristiana della resurrezione. Non è un dettaglio da poco: anche la parola inglese Easter, con cui si indica la Pasqua, deriverebbe da questo nome, mentre la maggior parte delle lingue europee usa termini legati alla Pasqua ebraica.
Nel 1835, il filologo Jacob Grimm, uno dei celebri fratelli raccoglitori di fiabe, propose che Eostre avesse una controparte germanica chiamata Ostara e che la lepre fosse il suo animale sacro. È una suggestione affascinante, ma gli storici sono cauti: l’unica fonte documentata su Eostre rimane Beda, e il collegamento con la lepre fu un’ipotesi avanzata solo nel 1874 da un altro studioso. Le origini esatte, insomma, restano in parte avvolte nella nebbia del tempo.
Quello che invece è certo è il percorso moderno del coniglio pasquale. Dalla Germania protestante del XVII secolo, dove la tradizione dell’Osterhase si era consolidata tra le famiglie luterane, la figura attraversò l’Atlantico nel XVIII secolo con gli immigrati tedeschi che si stabilirono in Pennsylvania. In America si trasformò: la lepre diventò coniglio, i nidi si trasformarono in cestini, e il giudice morale che valutava il comportamento dei bambini, molto simile a Babbo Natale nella funzione, divenne il simpatico distributore di dolci che conosciamo oggi. Da lì, la macchina del marketing fece il resto.

Diverso è il caso della colomba, che al contrario vanta radici profondamente cristiane, anche se non esclusivamente. Il ramoscello d’ulivo portato da una colomba a Noè come segno della fine del diluvio è uno dei passi più noti della Genesi, e il Vangelo di Matteo descrive lo Spirito Santo discendere in forma di colomba al battesimo di Gesù. Prima del cristianesimo, però, la colomba era già sacra ad Afrodite nella cultura greca e veniva venerata come messaggera divina nel santuario di Dodona.
Il dolce che la raffigura, invece, è molto più recente: nacque negli anni Trenta del Novecento da un’intuizione del pubblicitario Dino Villani, che lavorava per la Motta, il quale ebbe la brillante idea di usare gli stessi macchinari del panettone per creare un dolce di Pasqua a forma di colomba, guarnito con mandorle e granella di zucchero. Lo slogan “il dolce che sa di primavera” completò l’operazione, e la colomba entrò stabilmente nelle tavole italiane.
Le uova di cioccolato, infine, seguono un percorso ancora diverso. L’uovo come simbolo della vita e della rinascita è universale e antichissimo: i Romani lo seppellivano nei campi per propiziare il raccolto, e nella tradizione apocrifa cristiana le uova di Maria Maddalena si sarebbero colorate di rosso come segno del miracolo della resurrezione. L’uovo di cioccolato moderno, con la sorpresa all’interno, è invece un’invenzione commerciale dell’Ottocento, perfezionata dall’industria dolciaria europea.
Tre simboli, dunque, tre storie diverse. Accomunate da un filo sottile: la primavera, la rinascita, il desiderio umano di celebrare che qualcosa di nuovo sta per cominciare. Che lo si faccia con una lepre germanica, una colomba biblica o un uovo di cioccolato, in fondo, cambia meno di quanto si pensi.



