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Home » Lifestyle » Abbiamo case piene di oggetti, ma a volte ci sentiamo soli: è colpa degli appartamenti?

Abbiamo case piene di oggetti, ma a volte ci sentiamo soli: è colpa degli appartamenti?

Appartamenti confortevoli, eppure ci si sente soli. Ecco cosa dice la scienza su come il design degli edifici moderni ha trasformato la solitudine in un'epidemia.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino5 Aprile 2026
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Un appartamento iper moderno
Un appartamento iper moderno (FreePik)

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’OCSE, la solitudine non dipende tanto dal numero di relazioni quanto dalla loro qualità: si può essere soli in mezzo agli altri, così come si può vivere da soli senza sentirsi tali. Eppure qualcosa negli ultimi decenni ha acuito questo paradosso, e non si tratta solo di ritmi di lavoro frenetici o ore passate davanti agli schermi. La semantica abitativa del moderno è quella della differenziazione funzionale: lo spazio si parcellizza per accogliere relazioni altrettanto frammentate, e con questo si rafforzano i processi di disintegrazione sociale dei legami residenziali. Il problema, in altre parole, è anche nei muri.

L’architettura degli edifici contemporanei ha progressivamente eliminato ciò che, negli edifici di un tempo, favoriva il contatto casuale tra vicini: i cortili condivisi, le lavanderie comuni, i corridoi abbastanza ampi da invitare una sosta. Un tempo il cortile era l’estensione del salotto, dove i bambini giocavano, gli adulti riparavano biciclette e si stendevano i panni insieme. Oggi molti cortili sono diventati parcheggi o aree interdette. Al loro posto sono arrivati balconi privati, lavatrice in appartamento, palestre ad uso esclusivo. Servizi innegabilmente comodi, ma che riducono drasticamente le occasioni di incontro non programmato, quelle che i sociologi chiamano “interazioni incidentali” e che sono, storicamente, il tessuto connettivo di ogni comunità.

Anche l’acustica degli edifici moderni ha il suo peso. L’insonorizzazione avanzata, venduta come lusso e comfort, cancella il sottofondo sonoro della vita altrui. Il mormorio lontano di una conversazione, la risata che arriva dal piano di sopra: sono segnali banali, ma ricordano che si è circondati da esseri umani. Eliminandoli, il silenzio non è solo assenza di rumore, ma assenza di prossimità percepita. Se la residenza in appartamento è sinonimo di isolamento, a essa si aggiunge un apprezzamento acritico della privacy: ci si priva della possibilità di connessione nel nome di un diritto che, spinto all’estremo, diventa gabbia.

Gli spazi comuni interni agli edifici seguono la stessa logica. Le hall di molti condomini moderni sono progettate per essere attraversate, non abitate: se lo spazio davanti alle porte è angusto, l’istinto è quello di infilare la chiave nella serratura il prima possibile. L’architettura lancia un messaggio preciso: non c’è niente da vedere, si circola. Illuminazione fredda, assenza di sedute, superfici impersonali: tutto contribuisce a trasformare il condominio in una somma di monadi isolate piuttosto che in una comunità che condivide uno spazio.

una casa open space
una casa open space (fonte: Pexels)

Le conseguenze di questo modello abitativo non sono trascurabili. Secondo i dati dell’OMS raccolti tra il 2014 e il 2023, una persona su sei nel mondo dichiara di sentirsi sola, e tra il 2014 e il 2019 la solitudine è stata associata a 871.000 morti ogni anno. Gli esperti stimano che gli effetti della solitudine sulla mortalità siano equivalenti al fumo di quindici sigarette al giorno, con un impatto superiore a quello dell’obesità e dell’inattività fisica. In Italia, i dati Istat mostrano che oltre un terzo delle famiglie è composto da una sola persona, con incidenze particolarmente elevate tra gli anziani: circa quattro persone su dieci con più di 75 anni vivono sole.

Qualcosa, però, sta cambiando nella progettazione architettonica. Il progetto Appleby Blue Almshouse a Londra, vincitore del premio Stirling del Royal Institute of British Architects nel 2025, ha puntato su corridoi più ampi concepiti come luoghi di sosta e incontro, non semplici percorsi di circolazione, con una lunga vetrata che collega i residenti al mondo esterno. Il cohousing, modello abitativo diffusosi dalla Danimarca negli anni Sessanta e oggi in crescita in tutta Europa, propone invece unità private affiancate da spazi gestiti collettivamente: giardini da curare insieme, vialetti condivisi e aree verdi aperte creano un senso di appartenenza e incentivano il dialogo tra le persone.

Non si tratta di nostalgia né di utopia. Come sottolinea l’OCSE, la cosiddetta social infrastructure, ovvero spazi pubblici, luoghi di incontro e ambienti di quartiere, rappresenta un fattore determinante per le interazioni tra le persone: la sua presenza è associata a maggiori livelli di connessione sociale e a una riduzione dell’isolamento. Costruire meglio, in questo senso, significa anche vivere meglio. Una panchina in un cortile comune vale più di molti comfort privati.

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