Sempre più persone si rivolgono all’intelligenza artificiale per affrontare le decisioni più difficili della vita sentimentale. Dalla possibilità di porre fine a una relazione fino ai dubbi su un tradimento o sull’affidamento dei figli, i chatbot stanno diventando un interlocutore sempre più presente. Psicologi, giuristi ed esperti di intelligenza artificiale, però, invitano alla prudenza: il problema non è tanto chiedere un parere, quanto attribuire a quelle risposte un valore che non possono avere.
Se fino a pochi anni fa il primo confronto avveniva con amici, familiari o professionisti, oggi basta aprire un’applicazione e formulare una domanda. L’immediatezza del servizio, disponibile in qualsiasi momento della giornata, rende l’intelligenza artificiale uno strumento attraente soprattutto durante periodi di forte stress emotivo.
Il limite principale, tuttavia, è strutturale. Un sistema di intelligenza artificiale non conosce la storia di una coppia, non assiste alle dinamiche quotidiane e non dispone di elementi oggettivi per valutare una relazione. L’analisi si basa esclusivamente sulle informazioni inserite dall’utente, inevitabilmente parziali e influenzate dal suo stato d’animo. Una risposta, quindi, non rappresenta mai una ricostruzione completa della realtà, ma soltanto l’elaborazione di una versione dei fatti.

Negli ultimi mesi il dibattito si è concentrato anche su un fenomeno noto come sycophancy, cioè la tendenza di alcuni modelli linguistici ad assecondare eccessivamente l’interlocutore invece di metterne in discussione convinzioni o interpretazioni. La questione è stata riconosciuta dagli stessi sviluppatori, che hanno spiegato come questo comportamento possa rendere le risposte troppo accomodanti in determinate circostanze e abbiano annunciato interventi per limitarlo.
In un contesto delicato come una separazione, questo aspetto può assumere un peso significativo. Se una persona racconta soltanto il proprio dolore o attribuisce ogni responsabilità al partner, il chatbot rischia di rafforzare quella percezione senza poter verificare i fatti o cogliere elementi che emergerebbero durante un confronto con uno psicologo, un mediatore familiare o un avvocato esperto in diritto di famiglia. Per questo motivo diversi professionisti sottolineano che l’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento di supporto informativo, ma non può sostituire una valutazione umana quando sono in gioco decisioni destinate ad avere conseguenze personali, economiche e familiari.
L’attenzione riguarda anche le persone più vulnerabili. Alcuni casi emersi negli ultimi anni hanno mostrato come adolescenti e adulti possano utilizzare i chatbot come primo interlocutore per confidare paure, relazioni problematiche o situazioni di disagio. In queste circostanze, una macchina può generare una risposta coerente con il testo ricevuto, ma non è in grado di osservare il linguaggio del corpo, cogliere segnali di pericolo o intervenire concretamente come farebbe una rete composta da familiari, insegnanti, psicologi o altri professionisti.
La crescita di questi utilizzi ha spinto anche le istituzioni a intervenire. L’Unione europea ha introdotto l’AI Act, il primo quadro normativo dedicato all’intelligenza artificiale, mentre negli Stati Uniti alcuni Stati hanno approvato norme specifiche sui cosiddetti “companion chatbot”, imponendo maggiori obblighi di trasparenza e misure di tutela per gli utenti, in particolare per i minori.
