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Home » Ambiente » 10 anni dopo l’Accordo sul clima di Parigi: 191 Paesi uniti, ma la temperatura continua a salire

10 anni dopo l’Accordo sul clima di Parigi: 191 Paesi uniti, ma la temperatura continua a salire

A 10 anni dall'Accordo di Parigi, la temperatura globale è aumentata di 0,46°C. Analisi dei progressi, criticità e nuovi impegni alla conferenza di Belem
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene10 Novembre 2025
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La Torre Eiffel a Parigi
La Torre Eiffel a Parigi (fonte: Unsplash)
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L’Accordo di Parigi rappresenta uno dei trattati internazionali più ambiziosi nella storia recente della diplomazia globale. Stipulato tra gli Stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, questo accordo vincolante riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra e il finanziamento delle politiche climatiche per il periodo a partire dal 2020.

Il contenuto dell’accordo è stato negoziato dai rappresentanti di 196 Stati durante la XXI Conferenza delle Parti dell’UNFCCC, tenutasi a Le Bourget, vicino a Parigi, in Francia, nel dicembre 2015. Il trattato è stato aperto alla firma il 22 aprile 2016, in occasione della Giornata della Terra, durante una cerimonia a New York. La ratifica da parte degli Stati membri dell’Unione Europea ha permesso all’accordo di entrare in vigore il 4 novembre 2016, dopo aver soddisfatto le condizioni che richiedevano l’adesione di almeno 55 paesi rappresentanti almeno il 55% delle emissioni globali di gas a effetto serra.

L’obiettivo di lungo periodo dell’accordo di Parigi è rafforzare la risposta mondiale alla minaccia posta dai cambiamenti climatici, nel contesto dello sviluppo sostenibile e degli sforzi volti a eliminare la povertà. Il trattato tiene conto del principio delle responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità dei diversi Stati, riconoscendo le diverse circostanze nazionali.

La strategia per raggiungere questi obiettivi si articola su tre pilastri fondamentali. Il primo riguarda la temperatura: l’accordo mira a mantenere l’aumento della temperatura media mondiale ben al di sotto di 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali, proseguendo l’azione volta a limitare tale aumento a 1,5 gradi. Questa soglia viene riconosciuta come cruciale per ridurre in modo significativo i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici.

Il secondo pilastro si concentra sull’adattamento: aumentare la capacità di risposta agli effetti negativi dei cambiamenti climatici, promuovendo la resilienza e lo sviluppo a basse emissioni di gas serra, con modalità che non minaccino la produzione alimentare. Questo aspetto risulta particolarmente rilevante per i paesi in via di sviluppo, che spesso sono i più vulnerabili agli impatti climatici pur avendo contribuito meno al problema.

Il terzo obiettivo riguarda i flussi finanziari: rendere gli investimenti e i capitali coerenti con un percorso che conduca a uno sviluppo a basse emissioni e resiliente al clima. Questo significa riorientare progressivamente l’intero sistema economico globale verso la sostenibilità.

Oggi, a distanza di dieci anni, 191 Stati su 197 della Convenzione hanno deciso di far parte dell’Accordo, mentre sono 195 i firmatari. Ma nonostante l’ampia adesione internazionale, i dati raccontano una realtà preoccupante. Secondo il servizio climatico europeo Copernicus, negli ultimi dieci anni la temperatura media globale è salita di 0,46 gradi Celsius: uno dei maggiori aumenti mai registrati in un decennio. Il pianeta ha continuato a riscaldarsi più rapidamente della capacità delle società di ridurre l’uso di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas naturale.

L’Accordo di Parigi si presenta come una legge quadro che necessita di misure attuative per essere implementata. I risultati della conferenza di Parigi consistono di due parti: l’Accordo propriamente detto, che contiene gli obiettivi legalmente vincolanti di lungo periodo, e la Decisione della conferenza delle parti, che stabilisce i passi da compiere negli anni successivi per rendere operativo l’intesa.

Alcuni progressi sono stati ottenuti: rispetto al 2015 le previsioni sul riscaldamento futuro si sono ridotte di oltre un grado Celsius. Le energie rinnovabili sono oggi più economiche dei combustibili fossili in gran parte del mondo. Tuttavia, tali risultati restano lontani da ciò che sarebbe necessario per evitare conseguenze catastrofiche. L’obiettivo di 1,5 gradi è considerato da molti scienziati ormai difficilmente raggiungibile.

La conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si apre oggi a Belem, in Brasile, assume quindi un significato particolare. A dieci anni dall’accordo storico, l’urgenza è palpabile e la missione chiara: cooperare per evitare che la crisi climatica, ormai visibile ovunque, peggiori ulteriormente. Gli esperti avvertono che il clima sta già alimentando un’escalation di disastri naturali con ripercussioni dirette su miliardi di persone.

Alla vigilia della conferenza, il Brasile ha annunciato il Tropical Forests Forever Facility, un nuovo programma internazionale per sostenere le foreste tropicali. Il fondo ha già raccolto promesse di finanziamento per 5,5 miliardi di dollari da parte di paesi come Norvegia, Francia, Indonesia e Brasile, con la Germania che ha espresso l’intenzione di aderire con un contributo rilevante. L’obiettivo finale è mobilitare investimenti per 125 miliardi di dollari.

La novità del programma sta nel meccanismo di finanziamento: non donazioni, ma fondi provenienti da investimenti a rendimento. L’idea è invertire la logica economica della deforestazione, rendendo più conveniente preservare gli alberi piuttosto che abbatterli. Oltre 70 paesi, dalla Colombia al Congo, potranno ricevere pagamenti se manterranno la deforestazione sotto una soglia predeterminata. Chi supererà tali limiti vedrà diminuire drasticamente i fondi, con penalizzazioni per ogni ettaro di foresta distrutto.

A differenza di Parigi, la conferenza di Belem non dovrebbe produrre un nuovo accordo storico. Organizzatori e analisti la descrivono come la conferenza dell’attuazione: come ha dichiarato Christiana Figueres, ex segretaria esecutiva dell’Onu per il clima, chi viene a Belem chiedendosi quale sarà il nuovo accordo si pone la domanda sbagliata. La missione è semplice nella teoria ma estremamente ambiziosa nella pratica: trasformare le promesse in azioni concrete prima che sia troppo tardi.

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