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Home » Attualità » Gli USA restano a casa, ma l’Amazzonia entra in sala: al via la Cop30 in Brasile e parla la lingua degli Indigeni

Gli USA restano a casa, ma l’Amazzonia entra in sala: al via la Cop30 in Brasile e parla la lingua degli Indigeni

Cop30 a Belém: 3.000 indigeni partecipano ai negoziati sul clima. Un evento storico per l'Amazzonia e la lotta al riscaldamento globale.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino10 Novembre 2025Aggiornato:10 Novembre 2025
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Uno scorcio dell'Amazzonia
Uno scorcio dell'Amazzonia (fonte: Pexels)
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Da oggi, lunedì 10 novembre, al 21 novembre Belém, città brasiliana situata alle porte dell’Amazzonia, ospita la trentesima Conferenza delle Parti sul clima delle Nazioni Unite. A precedere l’evento, il 6 e 7 novembre, si è tenuto il vertice tra i leader globali. Mai come quest’anno l’urgenza è palpabile: sono passati dieci anni dall’Accordo di Parigi, quando i leader mondiali avevano promesso di limitare il riscaldamento globale, ma il pianeta è cambiato profondamente e non nella direzione sperata.

La temperatura terrestre ha continuato a salire più rapidamente della capacità delle società di ridurre l’uso di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas naturale. Secondo Copernicus, il servizio climatico europeo, negli ultimi dieci anni la temperatura media globale è salita di 0,46 gradi Celsius, uno dei maggiori aumenti mai registrati in un decennio. Alcuni risultati sono stati ottenuti: rispetto al 2015 le previsioni sul riscaldamento futuro si sono ridotte di oltre un grado Celsius. Tuttavia, tali progressi restano lontani da ciò che sarebbe necessario.

La missione è semplice nella teoria, ma estremamente ambiziosa nella pratica: cooperare per evitare che la crisi climatica, ormai visibile ovunque, peggiori ulteriormente. Gli esperti avvertono che il clima sta già alimentando un’escalation di disastri naturali con ripercussioni dirette su miliardi di persone. Rimandare ancora significherebbe aggravare il danno. L’Accordo di Parigi fissava un limite di 1,5 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali, obiettivo che molti scienziati considerano ormai difficilmente raggiungibile.

La scelta di Belém non è casuale. Situata alle porte della più vasta foresta pluviale del pianeta, la città offre un’occasione unica per mettere in risalto il ruolo delle comunità indigene nella salvaguardia della natura e nella gestione sostenibile delle terre. Il governo guidato da Luiz Inácio Lula da Silva, che include il primo ministero brasiliano dedicato alle popolazioni indigene, prevede la partecipazione di oltre 3.000 rappresentanti indigeni come osservatori e negoziatori. Un salto enorme rispetto alla Cop dello scorso anno in Azerbaigian, dove gli indigeni erano soltanto 170.

paesaggio amazzonico
paesaggio amazzonico (fonte: Unsplash)

“Questa volta i leader mondiali verranno nel cuore dell’Amazzonia, vicino alle nostre case, ai fiumi e ai nostri territori“, ha affermato Olivia Bisa, leader del popolo Chapra in Perù. Sebbene non possano trattare come entità politiche indipendenti, i delegati indigeni negozieranno a nome dei loro Paesi. “Dobbiamo essere nella stanza, non fuori“, ha aggiunto. Tuttavia non mancano tensioni: la recente autorizzazione di Lula a un progetto di perforazione petrolifera alla foce del Rio delle Amazzoni ha scatenato proteste e critiche verso il Brasile, accusato di incoerenza tra parole e azioni.

Alla vigilia della conferenza, il Brasile ha annunciato un nuovo programma internazionale per sostenere le foreste tropicali: il Tropical Forests Forever Facility. Il fondo ha già raccolto promesse di finanziamento per 5,5 miliardi di dollari da parte di Paesi come Norvegia, Francia, Indonesia e Brasile. La Germania ha espresso l’intenzione di aderire con un contributo rilevante. L’obiettivo finale è mobilitare investimenti per 125 miliardi di dollari.

La Cop30 si articolerà su sei pilastri fondamentali: transizione energetica, industriale e dei trasporti, promuovendo il passaggio a fonti energetiche più pulite; gestione di foreste, oceani e biodiversità, tutelando gli ecosistemi vitali; trasformazione dell’agricoltura e dei sistemi alimentari; adattamento e resilienza per città, infrastrutture e acqua; sviluppo umano e sociale, tutelando le popolazioni più vulnerabili e valorizzando il ruolo delle comunità locali e indigene; finanza e implementazione, mobilitando risorse pubbliche e private.

Il programma prevede giornate tematiche dedicate ad argomenti chiave. Si comincia subito con la prima sessione su adattamento, città, infrastrutture, acqua, rifiuti, governi locali, bioeconomia, economia circolare, scienza, tecnologia e intelligenza artificiale. Il 12 e 13 novembre saranno dedicate a salute, lavoro, educazione, cultura, diritti umani e integrità dell’informazione. Tra il 17 e il 18 novembre i partecipanti affronteranno la tutela di foreste, oceani, biodiversità, piccole e medie imprese, popoli indigeni, comunità locali e giovani, fino ad arrivare il 21 novembre con le negoziazioni finali.

Venerdì la Casa Bianca ha annunciato che gli Stati Uniti non invieranno alcun rappresentante di alto livello alla Cop30. Il presidente Donald Trump ha più volte definito il cambiamento climatico una bufala e ha ritirato il Paese dall’Accordo di Parigi già nel giorno del suo insediamento.

A differenza di Parigi, la Cop30 non dovrebbe produrre un nuovo accordo storico.

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