C’è un angolo del Lupanare che oggi sembra più vuoto. Lince, il gatto grigio con i ciuffi sulle guance che per anni ha fatto da padrone tra le rovine del Parco Archeologico di Pompei, non c’è più. A dare la notizia è stata l’associazione Archeogatti, che gestisce e tutela la colonia felina del sito, seguendo Lince fino agli ultimi giorni di vita nella speranza di salvarlo. La causa del decesso è stata una grave insufficienza renale, una patologia comune nei gatti anziani e, secondo i veterinari, spesso aggravata da una dieta scorretta.
A renderlo inconfondibile era il suo aspetto: pelo grigio striato, ciuffi appena più lunghi sulle guance, una caratteristica che ricordava il muso del felino selvatico da cui prendeva il nome. Non era certo un animale domestico nel senso tradizionale del termine: viveva libero tra colonne millenarie, affreschi e basoli consumati dal tempo, con la flemma tipica di chi sa di essere esattamente nel posto giusto.
Il suo territorio preferito era la zona del Lupanare, uno dei luoghi più visitati dell’antica città romana, dove si lasciava osservare con quell’aria tra il fiero e il distaccato che appartiene solo ai gatti consapevoli della propria eleganza. Non figurava in nessun percorso di visita ufficiale, eppure per migliaia di turisti era diventato una tappa irrinunciabile: una fotografia con Lince valeva quanto quella davanti a un affresco del I secolo.
Il Parco Archeologico lo ha ricordato pubblicamente come il “decano” dei gatti degli scavi. Le sue immagini hanno fatto il giro del mondo, rimbalzando su migliaia di profili social, album di famiglia digitali e persino raccolte fotografiche dedicate alla vita quotidiana di Pompei. In un certo senso, Lince era diventato un ambasciatore a quattro zampe di uno dei siti UNESCO più visitati al mondo, con oltre 4 milioni di ingressi l’anno.
L’insufficienza renale cronica colpisce, secondo le stime veterinarie, circa il 50% dei gatti over 12 anni. È una malattia silenziosa: i reni perdono funzionalità in modo progressivo e i sintomi evidenti compaiono spesso solo quando il tessuto renale è già compromesso in modo irreversibile per almeno i due terzi. Non è curabile, ma è rallentabile, soprattutto con una dieta specifica, povera di fosforo e proteine in eccesso.
È proprio su questo punto che il Parco e i volontari hanno scelto di lanciare un messaggio chiaro: è severamente vietato nutrire gli animali all’interno dell’area archeologica. Il regolamento ufficiale degli scavi lo ribadisce esplicitamente, eppure il fenomeno dei turisti che offrono cibo ai gatti della colonia è documentato e persistente. Crackers, panini, snack dolci o salati, addirittura prosciutto: alimenti del tutto inadatti a un gatto anziano con i reni già sotto pressione. Non si tratta di malevolenza, ma di un gesto affettuoso e inconsapevole che può rivelarsi fatale. La gestione sanitaria e alimentare degli animali presenti nel sito spetta esclusivamente ai volontari di Archeogatti e al personale autorizzato, che seguono protocolli specifici.
Nessuna fonte ha confermato in modo diretto che sia stato il cibo offerto dai visitatori a causare la morte di Lince. Ma il tempismo del monito, diffuso proprio in concomitanza con l’annuncio della sua scomparsa, lascia poco spazio all’interpretazione. La colonia felina di Pompei conta ancora decine di esemplari, accuditi ogni giorno da Archeogatti. Ma il re, per ora, non ha eredi.



