
Nel primo esperimento, un grande cristallo di quarzo, soprannominato “il Monolite”, lungo 35 centimetri e pesante oltre tre chili, è stato posizionato su una piattaforma accanto a una pietra ordinaria di dimensioni simili. Entrambi gli oggetti hanno destato attenzione inizialmente, ma ben presto gli scimpanzé hanno ignorato la roccia comune e si sono concentrati sul cristallo. Lo hanno ruotato tra le mani, inclinato, osservato da ogni angolazione. Uno di loro, di nome Yvan, lo ha poi portato con decisione nella zona notte. Quando i custodi hanno tentato di recuperarlo, hanno dovuto offrire in cambio banane e yogurt.
Nel secondo esperimento, ai primati è stato offerto un vassoio con venti ciottoli arrotondati misti a piccoli cristalli di quarzo, pirite e calcite. In pochi secondi, gli animali riuscivano a individuare e separare i cristalli dagli altri sassi, nonostante le differenze di forma, trasparenza e lucentezza tra le varie tipologie. Una femmina di nome Sandy ha addirittura trasportato i cristalli in bocca, comportamento insolito per gli scimpanzé, fino a una superficie di legno dove li ha disposti con cura, separandoli da tutto il resto. Gli esperti hanno interpretato questo gesto come una forma di custodia attiva: trattare un oggetto come qualcosa di prezioso.
Il mondo naturale dei nostri antenati era dominato da forme curve: alberi, nuvole, animali, fiumi. I cristalli, invece, sono i soli oggetti naturali con superfici piane e spigoli dritti, dei poliedri che non hanno equivalenti in natura. Questa anomalia visiva potrebbe aver catturato l’attenzione dei primi ominidi proprio perché “non somigliava a nulla di conosciuto”, stimolando quei processi cognitivi destinati a riconoscere schemi e anomalie nell’ambiente.
Le proprietà che hanno esercitato maggiore attrazione sono state due: la trasparenza — molti scimpanzé hanno avvicinato il cristallo all’occhio, guardando attraverso di esso con curiosità ripetuta — e la forma geometrica, così diversa da tutto ciò che si trova abitualmente in natura. Queste stesse caratteristiche potrebbero aver affascinato anche gli ominidi che, almeno 780.000 anni fa, raccoglievano i cristalli rinvenuti poi in numerosi siti archeologici europei in associazione con resti di Homo.
Il fascino non è svanito nel tempo. Al contrario: dalla preistoria ai giorni nostri, i cristalli hanno continuato a comparire nei contesti più disparati, rituali, ornamentali, simbolici. “Siamo rimasti piacevolmente sorpresi dalla forza e dalla naturalezza dell’attrazione degli scimpanzé verso i cristalli. Questo suggerisce che tale sensibilità abbia radici evolutive profonde. Il nostro lavoro contribuisce a comprendere le radici evolutive dell’estetica e della visione del mondo. Sappiamo ora che i cristalli esistono nella nostra mente da almeno sei milioni di anni”, ha detto Juan Manuel García-Ruiz.
Prossimi passi della ricerca prevedono esperimenti con scimpanzé non abituati al contatto umano, per verificare se l’attrazione verso i cristalli sia davvero un tratto ancestrale e non un effetto dell’enculturazione. Perché se anche gli esemplari selvatici si comportassero allo stesso modo, il confine tra natura e cultura, nel gusto umano per il bello, si farebbe ancora più sfumato.



