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Home » Ambiente » Il dilemma dei batteri mangia plastica: ci aiutano a eliminare i rifiuti ma sono un pericolo serio

Il dilemma dei batteri mangia plastica: ci aiutano a eliminare i rifiuti ma sono un pericolo serio

Alcuni batteri riescono a "mangiare" la plastica e usarla come fonte di energia. Uno di questi è stato trovato in una ferita umana.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino27 Maggio 2025
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coltivazioni batteriche
coltivazioni batteriche (fonte: Unsplash)

La plastica è ovunque e la sua iperproduzione è una delle principali cause di inquinamento nel mondo. Ma ora, un’inaspettata scoperta scientifica potrebbe offrire un aiuto sorprendente per combattere la produzione di rifiuti. Alcuni batteri, infatti, sembrano in grado non solo di degradare questo materiale resistente, ma addirittura di utilizzarlo come cibo per crescere. Una di queste forme di vita è stata trovata in un luogo inusuale: una ferita umana infettata in ospedale.

Gli scienziati dell’Università Brunel di Londra hanno analizzato i geni di diversi batteri per capire se, tra quelli che vivono negli ospedali, ci fosse qualcuno capace di distruggere la plastica. I ricercatori si sono concentrati in particolare sul batterio Pseudomonas aeruginosa, già noto per causare infezioni difficili da trattare. Questo batterio provoca ogni anno circa 559.000 morti nel mondo ed è molto presente in ambienti ospedalieri, soprattutto nei pazienti con ferite, ustioni o dispositivi medici come cateteri.

Analizzando un ceppo di P. aeruginosa prelevato da una ferita infetta, i ricercatori hanno scoperto che possedeva un gene chiamato Pap1, capace di produrre un enzima in grado di degradare la plastica. Ma non solo. Il batterio riusciva a nutrirsi della plastica stessa, usandola per crescere e riprodursi. In laboratorio, il ceppo è stato testato e si è osservato che effettivamente poteva digerire la plastica presente in alcuni materiali ospedalieri.

donna ricoverata in ospedale
Donna ricoverata in ospedale (fonte: Unsplash)

Ma cosa significa questo nella pratica? La P. aeruginosa è capace di formare dei biofilm, cioè strutture viscose che la proteggono dai farmaci e dal sistema immunitario. Quando cresce su plastica, grazie all’enzima Pap1, il batterio non solo sopravvive meglio, ma produce biofilm ancora più grandi e resistenti. In altre parole, la plastica, invece di essere solo un materiale neutro, diventa parte del “cemento” usato dal batterio per rafforzare le sue difese.

Questo rende la situazione delicata. Se da un lato l’enzima Pap1 potrebbe rappresentare un’opportunità per smaltire i rifiuti plastici, dall’altro il suo impiego naturale da parte di batteri patogeni può essere molto pericoloso, soprattutto in ambienti come gli ospedali, dove la plastica è utilizzata in moltissimi dispositivi salvavita: dalle suture riassorbibili agli impianti ortopedici, dai cateteri ai bendaggi speciali per ustioni.

Il batterio patogeno si nutre della plastica usata nei trattamenti medici e potrebbe però compromettere l’efficacia dei dispositivi, peggiorare le condizioni dei pazienti o addirittura causare il fallimento di una terapia. Di fronte a questo rischio, la comunità scientifica si sta muovendo. Alcuni laboratori stanno sviluppando materiali plastici con sostanze antimicrobiche, cioè capaci di impedire ai batteri di attaccarsi e nutrirsi.

 

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