Il fenomeno è partito dopo che il ciclone Harry ha scaricato piogge intense sulla Sicilia meridionale, spingendo il governo a dichiarare lo stato di emergenza. La frana si estende per circa 4 chilometri. Il terreno è letteralmente crollato: strade spezzate, crepe nel suolo a forma di arco, abitazioni sull’orlo del precipizio.
Per capire perché la terra si muova proprio qui, bisogna guardare cosa c’è sotto i nostri piedi. Il sottosuolo di Niscemi è composto prevalentemente da argille plioceniche, sedimenti antichissimi che hanno una caratteristica particolare. Contrariamente a quanto si pensa, l’argilla non è completamente impermeabile, ma assorbe l’acqua in modo lentissimo. Il vero problema è che, una volta entrata, l’acqua non riesce più a uscire.
A livello microscopico, i minerali dell’argilla hanno una struttura a lamelle che intrappola le molecole d’acqua come se fosse una spugna sigillata. Quando piove per settimane, come accaduto recentemente con il ciclone Harry, il terreno si riempie gradualmente. Questa saturazione genera una pressione interna che spinge il suolo dall’interno verso l’esterno, facendogli perdere fino al 70% della sua resistenza. In queste condizioni, il terreno smette di comportarsi come una roccia solida e diventa una massa plastica, simile a un impasto morbido che cede sotto il suo stesso peso.
La scienza definisce questo fenomeno come uno scivolamento roto-traslazionale. È un movimento che avviene in due fasi:
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rotazione: nella parte alta della collina, il terreno sprofonda seguendo una superficie curva, creando quelle tipiche crepe a forma di arco che vediamo oggi nel suolo.
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Traslazione: una volta iniziato il movimento, l’intera massa scivola in avanti su uno strato profondo di argilla bagnata che funge da lubrificante.
Questo spiega perché i danni continuino anche quando smette di piovere e il cielo torna sereno: la pressione dell’acqua intrappolata nel sottosuolo impiega settimane o mesi per esaurirsi, mantenendo il versante in uno stato di costante instabilità.
Sebbene la causa principale sia naturale, l’attività umana può peggiorare drasticamente la situazione. Fognature che perdono, un cattivo drenaggio delle acque piovane o l’eccessivo peso degli edifici sulla sommità della collina agiscono come acceleratori del disastro. Niscemi, costruita su un altopiano argilloso, reagisce con estrema sensibilità a ogni variazione, rendendo la gestione del territorio una sfida continua.
Per fermare la frana, la priorità assoluta non è costruire muri, ma togliere l’acqua dal pendio. Gli esperti suggeriscono interventi di drenaggio profondo per abbassare la pressione interna e un monitoraggio costante tramite GPS e radar satellitari per prevedere i movimenti millimetrici del suolo. Finché l’acqua rimarrà prigioniera nelle argille, la collina continuerà la sua lenta marcia verso il basso.



