Non è bastata una vita trascorsa nell’ombra, tra apparizioni contate e rifugi blindati, a mettere al riparo l’ayatollah Ali Khamenei dall’operazione che ha riscritto la storia del Medio Oriente. Nelle scorse ore, al termine di mesi di lavoro silenzioso da parte dei servizi segreti americani, i caccia israeliani hanno colpito il cuore pulsante della Repubblica Islamica a Teheran, uccidendo la Guida suprema insieme a buona parte del vertice del regime.
Tutto è partito dall’intelligence. Secondo quanto ricostruito dal New York Times e dal Wall Street Journal, la CIA seguiva le tracce di Khamenei da mesi. Il leader aveva ridotto al minimo la sua visibilità pubblica: ragioni di salute, certo, ma soprattutto la consapevolezza di essere in cima a una lista che Donald Trump e Benjamin Netanyahu non avevano tenuto nascosta. Sapeva che il pericolo era reale. Nonostante questo, la rete di protezione che lo circondava ha ceduto.

Le vittime eccellenti del raid
- Ali Khamenei — Guida suprema dell’Iran dal 1989
- Aziz Nasirzadeh — Ministro della Difesa iraniano
- Mohammad Pakpour — Comandante dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran)
- Abdolrahim Mousavi — Capo di stato maggiore delle Forze Armate
- Ali Shamkhani — Consigliere e già ammiraglio, capo del Consiglio di difesa
- Sayed Mousavi — Responsabile della divisione aerospaziale dei Pasdaran
- Mohammad Shirazi — Numero due del ministero dell’intelligence
Il punto di svolta è arrivato quando gli analisti americani hanno appreso di una riunione dei massimi dirigenti convocata all’interno del Beit E Rahbari, il complesso istituzionale nel cuore di Teheran che funge da snodo tra potere politico e militare. Non un bunker sperduto, non un appartamento anonimo: la sede stessa del potere. Avuta la certezza, o quasi, della presenza di Khamenei, la CIA ha passato l’informazione alle forze di difesa israeliane, l’IDF. Uno schema già visto, ribaltato: nel gennaio del 2020 erano stati gli israeliani a seguire gli spostamenti del generale Qasem Soleimani, permettendo poi a un drone americano di eliminarlo nei pressi dell’aeroporto di Baghdad.
L’operazione è scattata nella mattina di sabato, con l’apertura di quella che negli ambienti militari viene chiamata “finestra di opportunità”. I caccia israeliani sono decollati da una base in Israele attorno alle sei del mattino, equipaggiati con armamenti a lungo raggio. Circa due ore dopo è iniziato il bombardamento: almeno trenta ordigni ad alto potenziale hanno colpito il compound della Guida suprema. Secondo le ricostruzioni del New York Times, Khamenei si trovava in un’ala sotterranea dell’edificio al momento dell’impatto, ma non nel bunker più profondo, quello che avrebbe potuto resistere. Il martellamento non gli ha lasciato scampo. Il suo corpo è stato recuperato tra le macerie e le immagini sarebbero state mostrate al premier Netanyahu.
Le autorità di Teheran, nelle prime ore successive, hanno tentato di smentire: prima hanno dichiarato che il leader era al sicuro, poi hanno parlato di comunicazioni interrotte, infine hanno promesso un suo discorso televisivo alla nazione. Soltanto in serata i media di Stato iraniani hanno confermato l’uccisione, annunciando quaranta giorni di lutto nazionale.
Come è stato possibile bucare una sicurezza così capillare? Gli analisti indicano un intreccio di fattori: la presenza di informatori all’interno del regime, l’impiego dell’intelligenza artificiale nell’analisi dei dati, e le crepe create da anni di repressione interna, che hanno generato rancori e tradimenti. L’Iran era abituato al gioco della cospirazione, dotato di un apparato di sicurezza stratificato e agguerrito, eppure proprio quella struttura opprimente aveva prodotto le vulnerabilità sfruttate dal nemico.



