Erfan Soltani ha 26 anni e vive a Fardis, una cittadina appena a ovest di Teheran. Gestisce un negozio di abbigliamento e, secondo i suoi familiari, non è mai stato un attivista politico organizzato. Tuttavia, l’8 gennaio scorso la sua vita è cambiata radicalmente quando le autorità iraniane lo hanno arrestato nella sua abitazione, accusandolo di aver partecipato alle proteste antigovernative che stanno scuotendo l’Iran.
La vicenda di Soltani rappresenta un caso emblematico della brutalità con cui il regime iraniano sta reprimendo il movimento di protesta esploso a fine dicembre 2025. Inizialmente scatenate dal crollo della valuta nazionale e dall’impennata del costo della vita, le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in una richiesta di cambiamento politico, diffondendosi in tutte le 31 province del paese.
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Dopo l’arresto, Soltani è stato condannato a morte con un’accusa gravissima nel diritto iraniano: “moharebeh“, ovvero “guerra contro Dio”, un crimine che prevede la pena capitale. Il processo si è svolto in appena due giorni, senza che il giovane potesse avere accesso a un avvocato di fiducia o a qualsiasi forma di difesa legale adeguata.
Persino sua sorella, avvocata, ha tentato invano di seguire il caso, ma le autorità le hanno impedito di accedere agli atti processuali. La famiglia ha scoperto della condanna solo quattro giorni dopo l’arresto, quando è stata informata che l’esecuzione era stata programmata per mercoledì 14 gennaio. Da quel momento, Erfan non ha avuto più contatti con i suoi cari.
La situazione è resa ancora più drammatica dal blocco di internet imposto dal governo iraniano dall’8 gennaio, che rende estremamente difficile ottenere informazioni verificate su quanto sta accadendo. Hengaw, un’organizzazione norvegese per i diritti umani che monitora la situazione in Iran, ha perso i contatti con la famiglia di Soltani a causa di queste restrizioni.
Secondo le fonti disponibili, il giovane si trova detenuto nella prigione di Qazl-Hisar a Karaj. Alle famiglie dei condannati a morte viene normalmente concesso un ultimo incontro di dieci minuti prima dell’esecuzione, ma non è chiaro se questo sia già avvenuto.
Il caso di Erfan Soltani non è isolato. Le proteste in Iran hanno provocato una repressione violentissima: secondo le organizzazioni per i diritti umani, le vittime potrebbero essere comprese tra 2.000 e 20.000 persone, anche se il blackout delle comunicazioni rende impossibile una verifica accurata. Almeno 648 morti sono stati confermati con certezza, tra cui nove minori di 18 anni.
Oltre 10.000 manifestanti sono stati arrestati e molti rischiano accuse simili a quelle di Soltani. Il procuratore generale iraniano Mohammad Movahedi Azad ha promesso che i procedimenti contro quelli che definisce “terroristi” saranno condotti “senza clemenza, pietà o appeasement”. Il capo della magistratura iraniana ha dichiarato che chi ha commesso “atti terroristici” deve essere processato e punito con priorità.
La condanna di Soltani ha suscitato forte indignazione a livello internazionale. Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato un messaggio durissimo sul proprio profilo X, avvertendo che “Erfan è il primo manifestante condannato a morte, ma non sarà l’ultimo” e che “l’ondata di esecuzioni è ufficialmente iniziata”. L’amministrazione ha esortato la comunità internazionale a non rimanere in silenzio davanti alle “azioni malvagie del regime”.
Il presidente Donald Trump ha minacciato “azioni molto forti” se l’Iran procederà con le esecuzioni e ha cancellato tutti gli incontri con funzionari iraniani fino a quando non cesseranno le uccisioni dei manifestanti. Successivamente, Trump ha affermato che fonti attendibili gli avevano riferito che le esecuzioni si stavano fermando, anche se la situazione rimane estremamente incerta.
L’organizzazione Amnesty International e altri gruppi per i diritti umani hanno chiesto alla comunità internazionale di intervenire immediatamente per fermare le esecuzioni, mentre la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran, Mai Sato, ha condannato fermamente la sentenza, definendola “non solo illegale ma un chiaro segno di disprezzo per la libertà di riunione ed espressione”.
La storia recente dell’Iran mostra quanto concrete siano le minacce. Negli ultimi tre anni, almeno 12 uomini sono stati giustiziati in connessione con le proteste “Donna, Vita, Libertà” del 2022, scatenate dalla morte in custodia di Mahsa Amini, la giovane donna curda arrestata dalla polizia morale per aver indossato in modo “improprio” l’hijab. L’ultima esecuzione simile è avvenuta il 6 settembre scorso.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, questi processi sono caratterizzati da torture per ottenere confessioni e dalla totale assenza di garanzie processuali. L’Iran è il secondo paese al mondo per numero di esecuzioni capitali dopo la Cina, con almeno 1.500 impiccagioni registrate solo nell’ultimo anno.
La sorte di Erfan Soltani resta in bilico. Sebbene alcune fonti abbiano riferito di un possibile rinvio dell’esecuzione, la sua famiglia continua a vivere nell’angoscia e nell’incertezza, mentre il mondo osserva con crescente preoccupazione.
