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Home » Attualità » Saviano lo ha sfidato, Capacchione lo ha denunciato: chi è Cicciotto ‘e Mezzanotte, il boss vero dietro Gomorra

Saviano lo ha sfidato, Capacchione lo ha denunciato: chi è Cicciotto ‘e Mezzanotte, il boss vero dietro Gomorra

Francesco Bidognetti, boss dei Casalesi condannato per minacce a Saviano e Capacchione. Ecco la sua storia criminale.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino15 Luglio 2025
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rosaria capacchione e roberto saviano al processo a francesco bidognetti
Rosaria Capacchione e Roberto Saviano al processo a Francesco Bidognetti (fonte: Virgilio)

Francesco Bidognetti rappresenta una delle figure di spicco della criminalità organizzata campana, tristemente noto per la condanna ricevuta a seguito delle minacce rivolte ai giornalisti Roberto Saviano e Rosaria Capacchione. La sua storia criminale affonda le radici nel clan dei Casalesi, dove ha ricoperto il ruolo di braccio destro di Francesco Schiavone, meglio conosciuto come “Sandokan”.

Nato a Casal di Principe il 29 gennaio 1951, Bidognetti è conosciuto con il soprannome “Cicciotto ‘e Mezzanotte”, appellativo che deriva dalle corse notturne che faceva da ragazzo da piazza Villa fino a Villa Literno, puntualmente a mezzanotte. Arrestato per la prima volta nel 1990 e definitivamente nel dicembre 1993 in un appartamento di Lusciano, si trova attualmente recluso sotto il regime del 41bis.

Francesco Bidognetti
Francesco Bidognetti (fonte: Il Fatto Quotidiano)

All’interno del clan dei Casalesi, Bidognetti si è specializzato principalmente nello smaltimento illegale di rifiuti urbani, industriali e tossici, attività che lo ha reso noto alla magistratura già all’inizio degli anni Novanta. La sua spietatezza emerge chiaramente dall’ordine di omicidio impartito nell’ottobre 1993 contro il medico Gennaro Falco, colpevole di non aver diagnosticato tempestivamente una neoplasia alla prima moglie Teresa Tamburrino.

Il 14 marzo 2008, durante il processo Spartacus, Bidognetti fece leggere dal suo avvocato Michele Santonastaso un messaggio intimidatorio nei confronti di Roberto Saviano e della giornalista del Mattino Rosaria Capacchione, definendoli “prezzolati” della Procura. Questo episodio segnò l’inizio di una lunga serie di minacce che costrinsero Saviano a rinforzare la propria scorta e, successivamente, a lasciare temporaneamente l’Italia nell’ottobre 2008.

Le minacce nascevano dalla rabbia del clan per l’attività giornalistica di Saviano, che con i suoi articoli e il libro “Gomorra”, ispirato a molti boss della camorra, aveva portato maggiore attenzione delle forze dell’ordine sul territorio di Casal di Principe. Come rivelato dalla ex compagna Anna Carrino, diventata collaboratrice di giustizia, Saviano era finito nel mirino “perché diceva tante cattiverie su di loro” e perché la sua attività giornalistica disturbava la tranquillità del clan nel proprio territorio.

Poche ore fa, la Prima sezione della Corte di Appello di Roma ha confermato la condanna di Francesco Bidognetti e del suo avvocato Michele Santonastaso per le minacce rivolte a Saviano e Capacchione. La sentenza, accolta con un pianto liberatorio da Saviano, ha stabilito un anno e sei mesi di reclusione per il boss dei Casalesi e un anno e due mesi per il legale, confermando la decisione di primo grado del maggio 2021.

Il processo Spartacus si è concluso nel gennaio 2010 con la condanna all’ergastolo di Bidognetti, insieme ad altri 15 boss del clan, per un totale di 700 anni di reclusione. La sentenza ha rappresentato un duro colpo per i vertici dell’organizzazione criminale, decimandone definitivamente la leadership storica.

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