Al party celebrativo presso il Brooklyn Paramount Theater, Rama Duwaji ha compiuto il suo primo atto da first lady di New York, e lo ha fatto attraverso un look ben preciso. La moglie del neo eletto sindaco Zohran Mamdani, infatti, ha scelto un outfit discreto ma tutt’altro che casuale. Al contrario, ha portato sul palcoscenico un vero e proprio esercizio stilistico, pensato per incarnare l’inedita combinazione che rappresenta.
Per celebrare la vittoria, forte dei suoi 28 anni, ha scelto un top nero senza maniche del designer palestinese Zeid Hijazi, in denim laserato con emblematici motivi tradizionali tatreez, abbinato a una gonna nera in velluto e pizzo firmata Ulla Johnson, quintessenza del boho-chic newyorkese, e orecchini silver della designer Eddie Borgo. Come sottolineato dal New York Times, non è stata una scelta di folklore, ma un codice ben preciso: artigianato elevato, femminilità libera, modernità senza clamore e profondi messaggi sociali si sono uniti in un unico outfit.
Niente maison, dunque, ma marchi indipendenti che intrecciano heritage e politica. Un melting pot look che la posiziona esattamente nel punto di mezzo tra socialismo e high society. Una dichiarazione sartoriale che non la colloca né nel cliché progressista, né nella classica uniforme istituzionale.
In questo modo la giovane first lady non rinnega né i suoi emblematici stivali texani, né gli amati gioielli sovrapposti, né i top trasparenti. Sono elementi di un lessico estetico che nasce da un’identità precisa: artista, figlia della diaspora siriana, newyorchese di adozione, nata a Houston, sembra non avere intenzione di sacrificare né l’inclinazione artistica, né la giovinezza.
Ed anche la storia con Mamdani inizia in un modo molto pop e contemporaneo. I due, infatti, si sarebbero conosciuti su Hinge, l’app di incontri. Un futuro sindaco socialista e una futura first lady artista che si incontrano come milioni di coetanei, ossia scrollando profili. In un ecosistema politico che spesso preferisce tailleur patriottici e sobrietà, dunque, Duwaji riscrive le regole dichiarando che l’eleganza istituzionale può parlare di cultura, migrazione, artigianalità, giustizia sociale.
Sul fronte beauty, il tratto distintivo della Duwaji è il micro bob scalato con frangia. Un taglio di capelli che somiglia molto a un pixie cut allungato e che punta tutto sulle sfilature che le incorniciano il viso in modo un po’ impertinente, libere di esprimersi grazie all’asciugatura eseguita senza troppi tecnicismi. Un hairlook naturale e apparentemente poco costruito, emblema di un minimal chic raffinato e mai banale. Per quanto riguarda il make up, invece, predilige uno stile essenziale ma deciso, che si concretizza nell’utilizzo dell’eyeliner, suo indispensabile beauty.
Ma, andando oltre le sue scelte stilistiche, chi è veramente la giovane first Lady di New York? Dal punto di vista professionale Duwaji ha collaborato con Vogue, pubblicando alcune vignette dedicate ai garment workers, i super-sfruttati lavoratori dell’industria tessile. Oltre a questo, poi, è ceramista, illustratrice e si occupa di animazione.
Sui social alterna animazioni sulla Palestina a liste di cose artistiche che la ispirano, dai dipinti di Lily Fine alle facciate di West 29th Street. E Mentre alcuni si chiedevano se si stesse nascondendo durante la campagna elettorale, la sua scelta è stata invece di rimanere fedele a sé stessa e di parlare alle sue comunità, non ai corridoi del potere.
D’altronde New York non ha quasi tradizione di first lady. Si tratta di un ruolo sospeso, a tratti dimenticato e, proprio per questo, perfetto per essere reinventato. Come ha detto Chirlane McCray, scrittrice ed ex moglie di Bill de Blasio, sindaco di New York fino al 2021, I tempi sono cambiati e oggi una first lady può avere un’identità di attivista propria.
Duwaji, dunque, si presenta a questo appuntamento senza tailleur d’ordinanza ma con denim tatreez e velluto, frangia cortissima e stivaloni. Il messaggio è evidente: la generazione che ha costruito la cultura su Instagram, nata dalle comunità diasporiche e che ha rielaborato i propri valori in barba alla tradizione, ora entra nei palazzi. Per certi versi, l’estetica di Rama Duwaji è un invito a vedere, a sentire, a credere che le istituzioni possano somigliare di più alla città che governano.



