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Home » Attualità » Como: dal Vaticano il sì per la beatificazione di don Malgesini, ucciso nel 2020 mentre aiutava i senzatetto

Como: dal Vaticano il sì per la beatificazione di don Malgesini, ucciso nel 2020 mentre aiutava i senzatetto

Via libera alla beatificazione di don Roberto Malgesini, il sacerdote ucciso a Como nel 2020 mentre aiutava i poveri. Il ricordo della famiglia e della comunità.
Gabriella DabbeneDi Gabriella Dabbene24 Marzo 2026
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Don Roberto Malgesini
Don Roberto Malgesini (fonte: YouTube)

Dal Dicastero delle Cause dei Santi è arrivato il via libera per avviare la fase diocesana del processo di beatificazione di don Roberto Malgesini, il sacerdote di 51 anni ucciso il 15 settembre 2020 a Como da un senzatetto che aveva sempre aiutato. La comunicazione, contenuta in una lettera con la formula nihil obstat – nessun ostacolo, nessun impedimento – è stata recapitata venerdì 20 marzo al cardinale Oscar Cantoni, vescovo di Como.

L’annuncio ufficiale è stato dato sabato 21 marzo durante la veglia di preghiera per i missionari martiri, nel contesto del ritiro di Quaresima con i giovani della diocesi. Il cardinale Cantoni ha condiviso la notizia proprio con i ragazzi, suscitando profonda emozione tra i partecipanti che hanno conosciuto o sentito parlare della testimonianza di questo prete dei poveri.

Don Roberto Malgesini quella mattina del 15 settembre 2020 stava facendo quello che faceva ogni giorno: caricava la sua automobile con bevande calde, dolci e biscotti per il “giro colazioni” tra i poveri della città. Fu avvicinato da un senza fissa dimora che aveva sempre assistito, il quale lo aggredì fino a ucciderlo. Una morte violenta che sconvolse l’intera comunità e che Papa Francesco definì all’indomani dell’accaduto come il martirio di un “testimone di carità”.

Per la famiglia Malgesini, originaria di Rogoledo, piccola frazione di Cosio Valtellino, la notizia della beatificazione ha risvegliato emozioni profonde e contrastanti. Caterina Malgesini, sorella del sacerdote e unica femmina dei quattro figli di Ida e Bruno, ha raccontato il momento in cui ha ricevuto la comunicazione dal vescovo: “Siamo molto felici di questo primissimo, embrionale riconoscimento. Lui, per tutti, è don Roberto, per la nostra famiglia è un figlio, è un fratello, è soltanto Roby”.

La gioia è attraversata da una profonda malinconia. “Ripensi a Roby e ne senti forte la mancanza”, confida Caterina. “Dall’altra parte dici: per fortuna non è stato dimenticato”. La mamma del sacerdote, che compirà presto 88 anni, resta stretta nel suo dolore, quello stesso “grande dolore” di cui parlò Papa Francesco all’udienza generale del 14 ottobre 2020, riferendosi alle lacrime di una madre “nel vedere questo figlio che ha dato la vita nel servizio ai poveri“.

La famiglia Malgesini ha scelto di restare in disparte durante il processo all’omicida. “Non abbiamo voluto partecipare”, spiega Caterina. “Forse è stato un modo che ci ha aiutato a convivere con questo grandissimo dolore”. Una morte plateale, raccontata dai telegiornali e dalla stampa, che stride con la riservatezza che caratterizzava don Roberto. “Non avrebbe mai voluto una morte così”, riflette la sorella, “ma forse è stato un bene perché in questo modo tutti hanno guardato al bene compiuto che è seme di altro bene”.

Don Roberto era un sacerdote discreto, che non cercava riconoscimenti. Ordinato a 23 anni, aveva mantenuto con la famiglia un rapporto affettuoso ma riservato. “Era convinto della sua scelta”, ricorda Caterina, “raccontava e non raccontava, un po’ per non darci pensiero”. Dopo la sua morte, la sorella ha scoperto le numerose relazioni che aveva intessuto, la vastità della sua rete di carità silenziosa fatta di sguardi, accudimento e amore incondizionato.

Massimo Franzin, infermiere di ASST Lariana – AREU Lombardia, lo ricorda come una presenza viva e concreta: “Non esistevano orari, non esistevano limiti: c’era solo la persona davanti a lui, con i suoi bisogni, e la volontà immediata di aiutarla. Mi ha insegnato il significato autentico di ‘incondizionatamente’. Non come concetto, ma come scelta quotidiana”.

Anche i volontari del gruppo colazioni conservano un ricordo vivido del suo stile pastorale. “Don Roberto ci insegna che la beatitudine non fa rumore”, confida una volontaria, “ma apre il cuore per lasciare che sia abitato da chiunque la incontra”. Luisa e Luigino, due volontari storici, sintetizzano così il suo esempio: “Don Roberto è Vangelo realizzato. Si impegnava a guardare gli ultimi come i primi. Pane quotidiano quando era con noi, ora grano di eterna Eucaristia”.

Il cardinale Cantoni sottolinea come don Roberto incarnasse una santità quotidiana e accessibile: “Per la nostra diocesi questa autorizzazione è un segno vivo della Provvidenza che ci responsabilizza. La santità non è un’eccezione distante, ma una meta quotidiana della nostra vita ordinaria, vissuta dentro gesti semplici rivestiti di carità”. Secondo il vescovo, don Roberto era profondamente sereno, “frutto di un’intensa relazione con il Signore Gesù e per suo amore una vicinanza amorevole e disarmata nei confronti dei poveri, che egli considerava veramente la carne di Cristo”.

La famiglia, insieme ai compagni di ordinazione di don Roberto, sta lavorando a un progetto concreto per mantenere viva la sua memoria: la creazione di una fondazione dedicata al sacerdote. L’iniziativa sta muovendo i primi passi e prenderà forma nelle prossime settimane, con modalità e finalità ancora da definire. Nel frattempo, le opere di carità avviate da don Roberto nella diocesi di Como continuano grazie ai volontari che hanno raccolto il testimone della sua dedizione ai più fragili.

L’autorizzazione al processo di beatificazione rappresenta solo l’inizio di un cammino che dovrà raccogliere testimonianze, documenti e verificare l’eroicità delle virtù di don Malgesini. Ma per chi lo ha conosciuto, la santità di “Roby” era già evidente nella quotidianità del suo ministero, nella fedeltà al Vangelo vissuta giorno dopo giorno tra le strade di Como, accanto agli ultimi.

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