A gennaio di ogni anno, quella che solitamente è conosciuta come una graziosa località sciistica in Svizzera, ossia Davos, diventa per una settimana il centro del mondo, in cui convergono le élite globali per discutere le questioni più urgenti del momento. Il Forum economico mondiale, conosciuto anche come Forum di Davos o World Economic Forum, è una fondazione senza fini di lucro con sede a Cologny, vicino a Ginevra, in Svizzera. Nata nel 1971 per iniziativa dell’economista ed accademico Klaus Schwab, l’organizzazione si presenta con una missione ambiziosa: impegnarsi a migliorare lo stato del mondo.
La prima riunione, ben 50 anni fa, partì come European Management Symposium sotto il patrocinio della Commissione europea e di alcune associazioni industriali europee. L’obiettivo iniziale era quello di introdurre le aziende europee alle pratiche di management statunitensi. La scelta della sede sulle Alpi svizzere era dovuta tanto all’amenità del luogo, quanto alla tradizionale indipendenza del Paese alpino, ritenute condizioni favorevoli per la riuscita dell’iniziativa.
Dal 1974 gli inviti all’evento sono stati estesi anche a capi di Stato e di governo, allargando sempre più il dibattito a questioni economiche e sociali. Questo cambiamento fu innescato dalla crisi energetica del 1973, che indusse ad includere nel dibattito, oltre ai temi strettamente manageriali, anche quelli economici di scala più vasta. Nel 1987 la fondazione mutò il nome in World Economic Forum.
Il Forum di Davos viene spesso definito un salotto per l’1% privilegiato del mondo, eppure è anche un luogo in cui si tenta di fare pressione sulle élite al fine di provocare cambiamenti su scala globale. Di solito vi partecipano i principali leader mondiali: il presidente degli Stati Uniti in carica, i vertici dell’Unione europea e delle Nazioni Unite; ma non mancano dirigenti d’azienda e imprenditori, intellettuali e accademici, membri di organizzazioni non governative e del settore caritatevole, giornalisti, attivisti di ogni credo e ogni tanto anche qualche celebrità.
La fondazione è finanziata dalle circa mille imprese associate, in genere multinazionali con fatturato superiore ai 5 miliardi di euro, sebbene si registrino differenze in base all’area geografica o al settore industriale. Le imprese associate sono quasi sempre leader nel proprio settore o Paese. E per questo i partecipanti al forum sono principalmente uomini, amministratori delegati delle più grandi aziende del pianeta, ricchissimi.

Nel suo libro Davos Man, il giornalista del New York Times Peter Goodman ha evidenziato la contraddizione insita nel chiedere ai miliardari e alle élite, spesso accusati di aver causato i maggiori problemi del mondo, di risolverli. Per “Davos man”, espressione coniata nel 2004 dal politologo di Harvard Samuel Huntington, si intende un membro di un’élite, di una classe di miliardari “la cui ricchezza e potere sono così vasti da essere in grado di scrivere le regole per il resto di noi”, ha scritto Goodman. E sono generalmente uomini, dato che solo il 27% delle persone delegate è composto da donne, per quanto la loro presenza stia lentamente aumentando di anno in anno.
Negli anni, la partecipazione al meeting ha spesso fornito l’occasione per affrontare crisi bilaterali e negoziare soluzioni. Nel 1988 un accordo firmato durante l’incontro, noto come dichiarazione di Davos, ha contribuito a scongiurare un possibile conflitto armato tra Turchia e Grecia. Sempre a Davos, nel 1992, Nelson Mandela e l’allora presidente sudafricano Frederik de Klerk fecero la loro prima apparizione congiunta sulla scena internazionale, un passo significativo verso la fine dell’apartheid. I due vinsero il Premio Nobel per la pace l’anno successivo. Nel 1994 fu stipulato l’accordo quadro su Gaza e Gerico tra Shimon Peres e Yasser Arafat. Nel 2000 a Davos è stata lanciata l’Alleanza globale per i vaccini e l’immunizzazione, che da allora ha contribuito alla vaccinazione di 760 milioni di bambini in tutto il mondo.
Il World Economic Forum si considera imparziale e privo di vincoli di natura politica, ideologica o nazionale. Fino al 2012 ha avuto lo status di osservatore presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. Tuttavia, l’incontro di Davos è spesso al centro di critiche e polemiche. Data la giustapposizione di programmi concorrenti e la sovrapposizione della sfera politica e di quella aziendale, il Forum è spesso nel mirino degli antagonisti che sostengono che sia una forza maligna nel mondo. Una delle principali critiche mosse ogni anno agli organizzatori dell’evento è l’ipocrisia di inserire la crisi climatica all’ordine del giorno quando un partecipante su dieci nel 2022 ha viaggiato su un jet privato per arrivare a Davos.
Nel 2020 e nel 2021, durante la pandemia di COVID-19, il World Economic Forum ha sviluppato una proposta per superare i periodi di instabilità globale attraverso l’alleanza tra governi, imprese e organizzazioni della società civile, in modo da sviluppare un’economia degli stakeholder che promuova un mondo più resiliente, equo e sostenibile sfruttando le opportunità della quarta rivoluzione industriale. La proposta, presentata con il nome di Grande reset, ha avuto vasta eco.
La geografia della ricchezza a Davos cambia di anno in anno. Nel 2023, la guerra in Ucraina ha ridisegnato la mappa dei partecipanti: sono mancati gli oligarchi russi, mentre sono aumentati i miliardari provenienti dai Paesi del Golfo, grazie all’impennata dei prezzi del petrolio. Gli americani restano i più numerosi, con Wall Street ben rappresentata dagli amministratori delegati di JPMorgan Chase, BlackRock e Blackstone.



