Le scorte di uranio arricchito dell’Iran sono al centro della crisi internazionale che ha portato agli attacchi congiunti di USA e Israele contro il paese, considerati “preventivi” proprio perché strutturati in modo da impedire che l’Iran possa sfruttare la sua potenza atomica e rischia di avere un ruolo prioritario anche ora, con la tregua di due settimane stabilita nelle scorse ore e quanto mai fragile. Ma di cosa stiamo parlando? L’uranio è un elemento presente in natura in alcuni minerali ed è noto per la sua radioattività. I suoi nuclei atomici sono instabili e possono disintegrarsi, anche spontaneamente, liberando energia attraverso il processo noto come fissione. Questa proprietà fa dell’elemento una risorsa essenziale per i reattori e le armi nucleari.
Tuttavia, per raggiungere i livelli di energia necessari sia per i reattori che per le armi, l’uranio deve essere sottoposto a un processo di arricchimento che modifica il rapporto tra i suoi isotopi. Gli isotopi sono atomi di uno stesso elemento che condividono proprietà chimiche ma differiscono per massa e comportamento fisico.
Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, gli isotopi dell’uranio presenti in natura sono tre: l’U-234, l’U-235 e soprattutto l’U-238, che da solo rappresenta il 99% delle riserve naturali mondiali. Ciononostante, tra questi è l’U-235, che costituisce solo lo 0,72% degli isotopi naturali, a essere utilizzato per produrre combustibile nucleare.
L’arricchimento consiste nell’aumento della percentuale di U-235 dai livelli naturali a valori che possono raggiungere il 94%. Il processo inizia con la conversione del concentrato di uranio in esafluoruro di uranio, un gas che viene poi immesso all’interno di centrifughe. Da qui, gli atomi più pesanti vengono spinti verso il bordo dei cilindri rotanti, mentre quelli più leggeri si raccolgono al centro.
Una volta separati, viene estratto il gas con la più alta concentrazione di U-235. La procedura è ripetuta fino a ottenere la purezza desiderata, e a quel punto il gas viene trasformato in diossido di uranio, una polvere nera che viene impiegata come combustibile.
Quando l’uranio raggiunge una concentrazione di U-235 superiore al 20%, viene definito uranio altamente arricchito. Questo elemento può essere utilizzato nelle armi nucleari, nei reattori e nei sistemi di propulsione navale. Al contrario, se il contenuto di U-235 è inferiore al 20%, si parla di uranio a basso arricchimento. La maggior parte dei reattori civili, come quelli per la produzione di energia, utilizza uranio a basso arricchimento con una concentrazione inferiore al 5%.
Per la produzione di armi nucleari è richiesto U-235 con una purezza del 90%. La soglia del 60%, nel processo di arricchimento, rappresenta uno snodo cruciale: per arrivare al 90%, livello necessario per l’impiego militare dell’uranio, serve uno step relativamente rapido.

Ed eccoci alla questione politica. L’Iran è accusato di aver accumulato uranio arricchito a livelli superiori a quelli necessari per le applicazioni civili, sollevando preoccupazioni sul vero scopo del suo programma nucleare. I sospetti hanno iniziato a intensificarsi nel 2003, quando è emerso che nel paese erano presenti impianti nucleari non dichiarati. La scoperta ha certificato la violazione da parte di Teheran del Trattato di non proliferazione nucleare, firmato da 190 paesi per prevenire la diffusione delle armi nucleari, incoraggiare il disarmo e promuovere l’uso pacifico dell’energia atomica.
Un altro passaggio fondamentale è quello avvenuto nel 2015, anno della firma del Piano d’azione congiunto globale, un’intesa tra l’Iran e potenze come Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania, più noto semplicemente come accordo sul nucleare iraniano. Il suo scopo era quello di limitare il programma nucleare del paese in cambio della revoca delle sanzioni economiche.
L’accordo, da cui gli Stati Uniti sono usciti durante la prima presidenza di Donald Trump, stabilisce che l’Iran può conservare solo un massimo di 300 chilogrammi di uranio arricchito al 3,67%, una quantità sufficiente per scopi energetici o scientifici, ma non per la produzione di armi. Ma adesso tutto torna in ballo.
Ora, lo scontro sull’uranio arricchito rischia di far saltare la tregua tra Stati Uniti e Iran. Donald Trump afferma che i circa 440 chili di materiale arricchito al 60% prodotti da Teheran saranno perfettamente gestiti dagli Stati Uniti. Teheran, al contrario, rivendica il pieno diritto all’arricchimento e lo inserisce tra i punti del suo piano in 10 punti.
L’obiettivo principale fissato da Trump all’inizio della guerra era l’eliminazione dell’opzione nucleare per Teheran. Il presidente americano considera il target sostanzialmente centrato. L’uranio iraniano sarà perfettamente gestito nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco, secondo le dichiarazioni di Trump.
Il deposito scelto da Teheran è da tempo sottoposto a una sorveglianza satellitare molto rigorosa e nulla è stato toccato dalla data dell’attacco. Il quadro appare tuttavia più fluido rispetto alle affermazioni categoriche dell’inquilino della Casa Bianca.
I negoziati, che inizieranno nel fine settimana a Islamabad, terranno conto del piano in 10 punti elaborato dall’Iran per porre fine al conflitto. Nella versione del piano pubblicata in farsi, l’Iran ha incluso anche l’accettazione dell’arricchimento per il suo programma nucleare. Questo concetto era assente nelle versioni in inglese condivise dai diplomatici iraniani con alcuni media.
Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, punta il dito contro la negazione del diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio, previsto dal sesto dei 10 punti che dovrebbero costituire la base dei negoziati. Una mediazione appare complicata, due settimane potrebbero non bastare per trovare il punto d’incontro.
