La Cina sta vivendo un’emergenza demografica che si riassume in un numero drammatico: 1,0 figlio per donna. Questo tasso di fecondità, registrato alla fine del 2025, significa che il paese più popoloso al mondo non riesce più a garantire il ricambio generazionale. Con 1,4 miliardi di abitanti, questa media comporta una conseguenza inevitabile: la popolazione cinese è destinata a diminuire rapidamente.
Il problema non riguarda solo la Cina. Anche l’Italia è in difficoltà con 1,18 figli per donna, mentre il Giappone si ferma a 1,16. Tuttavia, le risposte a questa crisi sono completamente diverse tra Occidente e Oriente. I paesi europei hanno scelto di aprire le porte all’immigrazione per colmare i vuoti nelle scuole, nelle aziende e nel sistema pensionistico. Al contrario, sia la Cina che il Giappone preferiscono mantenere chiuse le frontiere, privilegiando l’omogeneità etnica e culturale. La premier giapponese ha dichiarato apertamente di preferire un paese più piccolo ma coeso, senza ricorrere a manodopera straniera su larga scala.
Per comprendere la situazione attuale bisogna fare un passo indietro. Nel 1979 Deng Xiaoping introdusse la politica del figlio unico, una misura pensata per evitare che la crescita demografica rallentasse lo sviluppo economico. Quella decisione ha funzionato troppo bene: oggi è proprio la ricchezza raggiunta in pochi decenni ad aver cambiato le priorità dei cittadini cinesi, che come in tutte le economie sviluppate hanno meno interesse a formare famiglie numerose.

Il governo ha provato a correggere il tiro: nel 2015 ha autorizzato due figli per coppia, poi nel 2021 tre, fino ad abolire completamente ogni limite. Nonostante questo, i cinesi hanno continuato a scegliere di avere un solo figlio o nessuno, concentrandosi invece su carriera e benessere personale. Un cambiamento radicale per un paese dove storicamente gli uomini benestanti potevano avere numerose mogli e figli.
Ora Pechino sta tentando una combinazione di premi e punizioni. Da un lato incentivi economici diretti per chi si sposa, visto che i figli nati fuori dal matrimonio sono ancora mal visti nella società cinese. Vengono offerti anche aiuti per l’iscrizione agli asili nido e congedi parentali più generosi.
Dall’altro lato arriva la misura più discussa: dal primo gennaio 2026, preservativi e pillole anticoncezionali torneranno a essere tassati con un’Iva al 13%. Questa aliquota era stata eliminata nel 1993, ma ora il governo vuole rendere più costosi questi prodotti considerati “antisociali”. L’obiettivo è scoraggiarne l’uso e quindi aumentare le nascite.
Ma questa strategia rischia di rivelarsi inefficace. Come ha fatto notare con ironia un utente su Weibo, la versione cinese di Twitter: se una persona non può permettersi un preservativo o una pillola, difficilmente avrà i mezzi per mantenere un figlio. I numeri sembrano dargli ragione. Nel 2024 solo 6,1 milioni di coppie si sono sposate, in netto calo rispetto ai 7,68 milioni dell’anno precedente. E la maggior parte di loro, secondo le statistiche, avrà comunque un solo figlio. Tasse o non tasse, il cambiamento culturale sembra ormai irreversibile.



